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KARFAGEN Birds of passage Caerllysi Music 2020 UCR

Volendo provare a commentare ogni nuova uscita della creatura del talentuoso polistrumentista ucraino Antony Kalugin ci si trova sempre di fronte al dilemma di quali parole usare senza doversi ripetere più di tanto nelle descrizioni, dato che gli 11 album presentano variazioni davvero minime l’uno dall’altro ed è davvero difficile mettersi ad isolarne caratteristiche peculiari. Non che essi risultino tutti uguali e monocordi, alla fin fine: diciamo che ognuno di essi sembra una parte di un immenso album che via via si va ampliando, uscita dopo uscita. Aggiungiamo a questo il fatto che la traboccante creatività di Kalugin si concretizza anche attraverso due altri progetti, i Sunchild (7 album) e gli Hoggwash (2 album), per i quali risulta altrettanto complicato non solo isolare i connotati dei singoli album ma anche distinguere un progetto da un altro, essendo tutti quanti votati ad un Prog rock sinfonico di stampo classico.
Ad ogni modo sembra di poter dire che le sonorità più ampie e magniloquenti vengano riservate alla sigla Karfagen e anche questo nuovo capitolo sembra che sia votato a una musica fortemente influenzata da Happy The Man, Flower Kings, Yes, Echolyn e Camel. Beh… penso che chi ancora non li conoscesse ed è appassionato di queste sonorità dovrebbe cominciare a darsi una mossa, dato che, come dicevo, gli album si situano tutti su livelli omogenei, con escursioni qualitative non accentuate (benché ovviamente alcuni siano più riusciti di altri) e ancor meno differenze stilistiche.
Kalugin guida ancora il progetto in prima persona, riservandosi un ruolo dominante non solo come compositore, arrangiatore e produttore ma anche come strumentista. Accanto a lui c’è un gruppo di collaboratori, parte dei quali ormai piuttosto stabili, che va a completare il gruppo.
Si diceva che, malgrado una discografia piuttosto omogenea, inevitabilmente alcuni album sono più riusciti di altri; il precedente “Echoes from within Dragon Island”, di appena pochi mesi prima, era uno di questi e c’era attesa quindi per una prova che ne ripetesse le caratteristiche o che comunque ne rappresentasse il degno successore. La specialità in cui Kalugin, all’interno dei Karfagen, dà il meglio di sé è costituita dalle lunghe suite magniloquenti, di quelle che riescono a deliziare i palati degli amanti del sinfonico tradizionale. Anche in questo caso c’è quindi pane per i denti di costoro, grazie alla suite che dà il nome all’album, suddivisa in due parti a loro volta frazionate in diversi movimenti, per un totale di oltre 40 minuti, decisamente gradevoli, con atmosfere misteriose ed incantate che si alternano a passaggi più solari e luminosi. Il tema ricorrente sembra riprendere in parte il celeberrimo Mattino di Grieg, giusto per confermare una volta di più le influenze classicheggianti nella musica dei Karfagen.
Non c’è molto altro da dire, né sulla lunga suite e neanche sulle due brevi tracce che completano l’album senza nulla aggiungervi. Semplicemente un altro episodio gradevole in una discografia che si è fatta di tutto rispetto… e non è certo cosa da poco.



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Alberto Nucci

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