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OVERHEAD And we're not here after all Musea 2008 FIN

Dopo aver apprezzato l'ottimo ultimo album dei Groovector ecco un'altra band finlandese degna di attenzione: gli Overhead. E come gli appena citati Groovector, anche la band di Alex Keskitalo, deve qualcosa alla nostra penisola: anche il loro album d’esordio infatti (datato 2002) “Zumanthum” uscì per la nostra “Mellow Records”, quasi a voler sottolineare, se mai ce ne fosse bisogno, una certa lungimiranza della label sanremese per le nuove proposte.
Poi un album targato Musea ("Metaepitome"; 2005) e ora, sempre per la storica etichetta francese, i 50 minuti di “And we’re not here after all”.
Inalterata la line-up, abbeveriamoci, dunque, alla musica di questi ragazzi scandinavi.
Avevamo apprezzato, nelle prime due release, la grande capacità della band di creare melodie preziose, raffinate e fruibili, ma nel contempo elaborate, sia nel breve minutaggio che nelle suite. Nessuna forzatura, nessun tecnicismo esasperato, qualche venatura hard, richiami Pinkfloydiani mai eccessivi comunque. Caratteristiche che si registrano anche in questo nuovo lavoro, peraltro privo della classica suite, in modo anche più convincente.
I primi due brani (divisi nei titoli dai …… a significare che sono l’uno il continuum dell’altro) “A method …” e “… To the madness” sono emblematici a tal proposito: inizio pacato, di una bellezza avvolgente, poi l’esplosione strumentale, cori ed un cantato anche ipnotico… grande anche il lavoro del bassista Janne Pylkkonen, ma è tutto il gruppo nella cavalcata centrale del brano che si mette in bella evidenza. Dovendo fare dei paragoni potrei citare i Porcupine Tree (non gli ultimi… troppo duri…), ma anche i tedeschi RPWL. Sonorità simili anche nella successiva “Time can stay”: ballad eterea dapprima, hard sferzante poi. “Lost inside”, il brano più lungo della raccolta (11:47), ha un andamento magnetico e solo sul finale (davvero splendido) una chitarra arpeggiata, un delicato flauto riescono a dissolvere quel senso di soffocamento che si era creato… Non avrebbe certo sfigurato in qualche album degli Eloy… penso a “Silent cries...”, ma anche a “The tides return forever”… Davvero pregevole.
Più convenzionale “Entropy”: inizio simil-dance (!!), scariche heavy ed il vocalist (Alex Keskitalo) a mio parere un poco in difficoltà… ritornello di facile presa… un po’ troppo commerciale forse.
Il cd si chiude con “A captain of the shore”: atmosfere dilatate, vocalizzi soffusi, delicate note di flauto… probabilmente il top dell’album.
Chi già conosceva la band non dovrebbe rimanere deluso da “And we’re not here after all”… chi ancora non aveva avuto modo si sentirli, potrebbe incominciare da qui… Seducente.

 

Valentino Butti

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