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OCTOBER EQUUS Charybdis R.A.I.G. 2008 SPA

Dopo il precedente sfavillante esordio, gli October Equus ci riprovano. La decisione di dare un seguito al primo concept, presumo, non sarebbe stata comoda, su nessun fronte, il che ha imposto, a cascata, scelte forse dirette, forse coatte che hanno generato, a loro volta, aspetti positivi e aspetti negativi.
Il disco, seppur interamente strumentale, è ancora un concept, basato in maniera molto larga sui miti. Cariddi (il titolo), sirene, abissi, ecc. e musicalmente, rispetto al precedente lavoro ci sono alcune diversità. Nelle musiche composte per questo Charybdis si sente molta istintualità, non emergono dubbi sulla naturale predisposizione del gruppo a proporre quella che è la sequenza di cose belle che troviamo in questo disco.
Per la stragrande maggioranza dei brani, la composizione vede al lavoro il chitarrista Ángel Ontalva o il tastierista Víctor Rodríguez, come d’altronde successe nel precedente lavoro. Un piccolo cambio di line-up con José Varela che si siede dietro ai tamburi, per un donare un drumming meno aggressivo, più posato, mirato e adatto alle nuove variazioni sonore. Una grande conferma per la bassista Amanda Pazos, presente e precisa, sempre.
Rispetto al precedente full length troviamo climi più moderati, principalmente per il quasi totale abbandono di chitarre aggressive. La band approda su seri e posati climi di avant prog dal piglio RIO-canterburyano. La band veste un mantello dalle lunghe frange, che nella voluttuosa roteazione raccoglie manciate di note di Henry Cow, di National Health, di Hatfield and the North su un versante, Present, Univers Zero, 5UU’s su un altro e infine quel po’ di Zeuhl fresco e tipico di certa scuola recente. Globalmente mi viene da riassumere il tutto con un prog jazz avanguardistico dotato di un gran rispetto del dosaggio delle parti liriche con elementi di pura dissonanza e di lettura free. La musica è coscienziosa ogni attimo è di meticolosa e scrupolosa ricerca e sentiamo questo particolare aspetto serioso, spesso miscelato con momenti quasi sinfonico-cameristici, che colorano attimi di pura avanguardia belga. Anche in questo lavoro c’è un certo sapore di prog scandinavo di diversa radice, potremmo citare Anekdoten e Panzerpappa. Non perché siano minimamente “fratelli” sonori, ma perché, specie in alcune sezioni sonore di Rodríguez, escono queste bordate di Mellotron con registro di flauto dal sapore variamente nordico. Ci sono momenti difficili, per il cui ascolto occorre concentrazione e calma. Le concatenazioni ritmiche sono estremamente complesse, con decine di cambi repentini e momenti all’unisono con gli altri strumenti che toccano, talvolta, tonalità in dissonanza. Ripetuti ascolti sono più che necessari per poter entrare nelle tessiture sonore con consapevolezza.
Per gli undici brani, tutti piuttosto brevi, un omogeneità qualitativa marcata, ma sicuramente da citare per l’incredibile varietà ritmica l’opener “Architeuthis Dux”, la softmachiniana “Abyssal”, la maggiormente nordica “Unknown Pilot”, l’immaginifica e breve “Trylobites” arricchita da chitarre a cavallo tra Fripp e Miller, da un basso preciso e dall’aspetto zeuhliano e da tappeti tastieristici di grande effetto e la fantasiosa “Fata Morgana” con un sax di grandissimo livello lirico.
Sicuramente penalizzante, e veniamo agli aspetti negativi, la scelta della modesta etichetta russa, che ha creato non poche difficoltà di reperimento, una spinta pubblicitaria praticamente nulla e quindi lo scontento della band stessa. Si può avvertire anche una certa costante sonora verso il fluire lento che, percorrendo tutti i 46 minuti dell’incisione, genera una pesantezza d’ascolto, sicuramente non determinante, ma presente.
Disco promosso a pienissimi voti, piacevole, intrigante e di notevole spessore. Sicuramente piacerà a tutti gli amanti di queste sonorità mai immediate. Nonostante tutto però lo vedo come minimamente inferiore all’esordio, anche perché mi aspettavo un salto di qualità diverso, fatto di maggiore consapevolezza, maturità e personalità. Tutte doti chiaramente alla portata di questa grandissima band, ma ancora un po’ da interiorizzare.
Acquisto comunque obbligato.


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Roberto Vanali

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