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DENNIS REA Views from Chicheng precipice Moonjune Records 2010 USA

Abbiamo seguito la carriera di Dennis Rea passo, passo negli ultimi suoi lavori, riconoscendo sempre le sue grandi qualità di chitarrista innovativo e personale, in grado di guardare i grandi classici e far suoi importanti insegnamenti utili per produrre musica che non ha nulla di scontato o ripetitivo. Tutto ciò è confermato da questa sua nuova uscita, atipica e anomala persino per un personaggio della sua trasversale formazione musicale. La scelta dell’autore questa volta è caduta sulla rivisitazione di brani della tradizione asiatica orientale, tra Cina, Tibet, Vietnam, Taiwan, ecc..
A tutti gli effetti l’allontanamento dalle forme, a cui ci aveva abituati, più tipicamente jazz rock o comunque con forte musicalità occidentale, non genera un lavoro necessariamente più semplice, anzi, pur partendo da base folk e tradizionale, gli arrangiamenti propongono trame complesse e in parte riconducibili a set cameristici orientali, dove l’impegno di ascolto è determinato da contrasti tonali e da strutture armoniche a cui il nostro orecchio non è, solitamente, avvezzo. In realtà dei cinque brani presenti sul lavoro, solo il primo è una composizione originale dello stesso Rea. Il brano, “Three views from Chiching Precipice (after Bai Juyi)”, è un acquarello multicolore che l’autore ha voluto dedicare alle vittime del terremoto della zona dello Sichuan e lo ha fatto utilizzando suoni e sapori melodici di quella terra. Già in occasione della recensione dei suoi Moraine dicemmo di come Rea, nel suo periodo di permanenza in Cina, si fece spugna per recepire quante più influenze musicali adatte ad ampliare il proprio corredo, e qui tutto salta fuori in maniera chiara e netta, creando un brano che si inserisce alla perfezione e scorre all’unisono con gli altri brani, in più arricchendolo di strumenti acustici anche tradizionali. Possiamo così apprezzare i tipici suoni del koto, dell’arpa a bocca (una sorta di scacciapensieri in legno), del dan ban (strumento monocorde vietnamita) e del shakubachi (flauto di bamboo), uniti a elementi occidentali come clarinetto, violino e violoncello. In ogni brano è presente questa sinergia oriente/occidente che dà un tocco particolarmente fresco e intrigante alla complessità delle trame sia nei momenti minimali, sia in quelli dove la ricchezza orchestrale è maggiormente usata. La trasposizione delle note tradizionali di quell’estremo oriente così inconfondibili, sapientemente miscelate a quelle del mondo occidentale hanno generato questo lavoro decisamente inusuale. Trovare partiture delle antiche dinastie giapponesi, vecchie di alcuni secoli, fuse a atteggiamenti di stampo blues e jazz è qualcosa che definire particolare e ancora poco. Vale come esempio “Tangabata” dove la melodia delle cerimonie nuziali risalenti al periodo Tang (intorno al 1700) sono arricchite di spunti ambient e delle suadenti note di flauti e trombone, per un risultato emozionante. Disco ricco di fascino esotico e così atipico da rivelarsi intrigante e oltremodo apprezzabile.



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Roberto Vanali

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