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METAPHOR The pearl Trope Audio 2019 USA

Quintetto di San Francisco attivo dal 1993 come cover band dei Genesis dell’epoca Gabriel, dopo alcuni cambi di formazione nel 1999 incide il proprio debutto, per poi pubblicarlo l’anno seguente. Questo è il loro quarto album, certo non così devoto a Tony Banks e soci come le premesse potevano far pensare. Il loro è un neo-prog classicamente anni ’80, purtroppo anche nella scelta delle sonorità, anche se vi sono comunque dei riferimenti al decennio precedente. La storia è basata sul genere fantasy e parla di un giovane che deve prendere la perla (da qui il titolo) che si trova nelle grinfie di un drago, il cui antro fa paura solo a guardarne l’entrata. Un viaggio pieno di pericoli, come se non fosse bastato il terribile custode del gioiello… I riferimenti possono essere rintracciati in illustri colleghi del (sotto)genere come Iluvatar, Pallas, gli stessi Marillion o gli IQ. Ma soprattutto in quest’ultimo caso si parla di band con una cura del sound nettamente maggiore e – dispiace dirlo – con un vocalist sicuramente più espressivo. Le critiche mosse a John Mabry di essere “monodimensionale” (per non voler dire monocorde!) appaiono decisamente fondate e tutto questo viene aggravato da un suono delle tastiere che potrebbe appartenere a quello di strumenti per ragazzi. Il bassista Jim Anderson ed il chitarrista Malcom Smith, dal canto loro, ci sanno comunque fare e i brani presentano di sovente delle strutture complesse.
“The Mist of Forgetting” è forse il brano più bilanciato, in cui anche la voce di Mabry appare calzante; trattasi di una composizione rilassata nella prima parte – un po’ simile a certe ballad del Santana strappa successi –, che poi si va “oscurando” tramite delle dissonanze con cui comunque non viene intaccato l’aspetto melodico. Almeno fino al sesto minuto… Peccato ancora una volta per i suoni delle tastiere, che somigliano alla suoneria di un telefonino! Anche l’iniziale “The Open Road” faceva ben presagire, grazie anche ad una repentina alternanza di parti elettriche tipicamente neo-prog con altre acustiche, passando poi a partiture abbastanza complicate. Buono anche il senso di sospensione, ricreato grazie al pianoforte e a effetti sonori vari. Ad un certo punto, però, le parti cantate si dilungano troppo, toccando territori molto approssimativi e in questo caso più di otto minuti sembrano decisamente troppi. “Bruisers and Blisters” è la traccia migliore da un punto di vista tecnico, in cui si riesce a ricreare il pathos di chi si mette duramente in cammino. Davvero buoni gli inserimenti del basso di Anderson, tramite i quali effettua ogni tanto delle puntate la chitarra di Smith. Particolare e complessa anche “Lying Down with Dogs”, in cui si alternano momenti differenti, mentre “The Love Letter” avrebbe avuto bisogno di ben altro apporto vocale. Nove minuti e mezzo dove basso e chitarra acustica intessono una buona base di partenza, sfociando anche in una interessante parte strumentale, ma pare ci si sia davvero scordati di come rendere convincenti le parti cantate. Davvero bella “Remembering”, in cui vi sono tracce delle ballate in stile Pink Floyd (senza dimenticare i Genesis) e dove Mabyr potrebbe sembrare vocalmente un novello Roger Waters. Convincente anche “Romancing the Wurm”, ben bilanciata tra parti romantiche con altre più energiche, mentre la più breve “The Eagle, The Voice, The Light” ricorda i primi Genesis, anche grazie ad un approccio vocale simile al vecchio Peter Gabriel. Citando poi paragoni illustri, la conclusiva “Robed in Glory” potrebbe ricordare i Rush del periodo eighties, con un occhio all’ombra dai contorni appena accennati dei soliti Genesis.
Un lavoro discreto, che sicuramente piacerà agli amanti neo-prog. Per questi ultimi, addirittura, si potrebbe trattare di un’uscita ben al di sopra della media. È però molto probabile che tutti gli altri non si ritrovino sulla stessa frequenza di idee, anche se la seconda parte risulta più convincente anche grazie ad una migliore impostazione delle parti vocali.



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Michele Merenda

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