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DISEN GAGE The screw-loose entertainment R.A.I.G./Addicted Label 2004 RUS

Quartetto russo fondato a Mosca nel 1999 in ambiente studentesco dai due chitarristi Konstantin Mochalov e Yuri Alaverdyan, assieme al bassista Nikolay Syrtsev e al batterista Eugeniy Kudryashov, nonostante l’immediata popolarità non andò avanti proprio per seguire gli studi accademici dei sopra menzionati componenti. Dopo aver inciso nel 2002 una cassetta per amici e fans, i quattro sarebbero tornati sulle scene in maniera più convinta, pubblicando questo debutto nel 2004 per l’etichetta russa R.A.I.G. (Russian Association of Independent Genres), label dedita a proporre tipologie musicali decisamente inusuali. Pare che “The screw…” sia proprio la re-masterizzazione e relativa trasposizione su supporto ottico di quella cassetta registrata un paio d’anni prima, andata poi irrimediabilmente perduta. E in effetti il contenuto suona come un esperimento privato, in cui si fissano per lo più degli appunti sonori da sviluppare eventualmente meglio in momenti successivi. Ci sono comunque buone idee che trovano le proprie basi in certa psichedelia e nell’ispirazione di tale Robert Fripp, soprattutto nella rinascita del Re Cremisi durante il periodo eighties.
L’iniziale “Solaris” presenta dei suoni lontani di chitarre, verso piani astrali; dopo due minuti si viaggia con un incedere cosmico-psichedelico che ricorda i connazionali e colleghi di scuderia Vespero, soprattutto quelli più atmosferici. Man mano, dopo un apparente momento di implosione, la distorsione del suono (e forse anche dello spazio) prende sempre più la scena, prima di tornare al silenzio universale. Si capisce ben presto che questa era stata una semplice introduzione.
“Komar” ha quindi una ritmica che potrebbe essere definita funky, ma dove le chitarre trasmutano il genere con “frasi” sonore sempre distorte, psichedeliche e allo stesso tempo serrate. Come già detto poco sopra, è ben chiaro che i punti di riferimento sono diventati i King Crimson anni ’80, spogliati però dalla coltre posticcia tipica di quel decennio e rivestiti da una asciutta sonorità contemporanea.
Questo sarebbe ancora più evidente su “Augenapfel”, se la composizione – per larga parte – non godesse di una ispirazione arabo-iberica, votata comunque sempre a delle stramberie. “Kategeriin” diventa più cupa ed inquietante, sostenuta da dei riff tenuti pericolosamente sotto controllo, privi di esprimersi tra il serpeggiare di voci e sporadici effetti spaziali. È il preludio ad “Arabia”, decisamente più rilassata, che come da titolo rimanda ad atmosfere tipiche di quella cultura, in una prima parte filtrate dallo stile di Adrian Belew. Dopo, si registra un bel passaggio di percussioni ad opera dell’ospite Vadimir Sorokin e quindi di un basso tagliente, che purtroppo non dura molto. “Chinagroove #17” è invece un altro episodio psichedelico giocato bene sulle due chitarre, che a tratti suonano volutamente accademiche.
“Witchanz” presenta riferimenti ancora più marcati ai King Crimson, quelli anni ’90, però con un brio maggiore, mentre “Latino” è più sommessa, richiamando le tematiche musicali espresse dal titolo nella sua seconda parte. “Jewboilove” è resa maggiormente interessante con l’inserimento finalmente di nuove soluzioni, come il sassofono di Elena Philipova, che porta a creare altri tipi di dialoghi tra gli strumenti. I due minuti di “Waltz”, infine, ricordano per l’appunto un valzer tipicamente russo, giocato sempre sulle due chitarre che intrecciano i temi melodici.
Il CD presenta una bonus section, con tre pezzi live estrapolati dal concerto di Forpost nel 2002. Si tratta innanzi tutto della riproposizione di “Solaris”, che dal vivo bada più al sodo, seguita da “Theme”, con cui si riprendono (verso la fine) gli schemi musicali tipici delle lande russe. La chiusura definitiva è affidata a “Chinagroove #15”, che poco aggiunge alla semi-omonima versione in studio.
La copertina, con le sue viti in primo piano, sembra rappresentare bene il contenuto di questo lavoro, formato da un insieme di intarsi tenuti assieme da quelli che sembrano davvero ingranaggi, bulloni e per l’appunto delle piccole viti d’acciaio. In apparenza elementare, in realtà denota una certa complessità che poteva essere sviluppata ulteriormente. Dopo quest’album, il chitarrista Yuri Alaverdyan lascerà la band per seguire la propria carriera professionale.



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Michele Merenda

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