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CHERRY FIVE Il pozzo dei giganti Black Widow 2015 ITA

La prima cosa che ho pensato è stata: "I Cherry Five? Davvero, non è uno scherzo?"
Data la storia più o meno travagliata del disco omonimo risalente alla metà degli anni '70, almeno un cenno di stupore credo sia ovvio. La band che "spianò" la strada ai Goblin, a distanza di quarant'anni ha quindi la sua "reunion" ed un nuovo disco, come vuole la moderna tradizione del progressive italiano. Non particolarmente conosciuto all'epoca, quell'album omonimo è ora considerato un ottimo lavoro, debitore di uno stile anglosassone d'ispirazione Yes, Genesis ed ELP che non riesce a nascondere del tutto, nonostante le liriche in inglese, una vaga "italianità" delle atmosfere. La storia racconta che dopo la registrazione tre quinti della formazione continuarono a produrre musica strumentale sotto il nome Goblin, affidando al temporaneo oblio le sorti del disco, pubblicato due anni dopo con un nome fittizio ed omettendo nelle note i nomi di Simonetti, Morante e Pignatelli. Gli unici a cui toccò l'onore di essere presenti, Tony Tartarini e Carlo Bordini, sono quindi ciò che rimane della formazione storica in questo nuovo album, che si propone, manco a dirlo, di recuperare il "Cherry Five sound" degli anni '70.
La formazione attuale comprende ora anche tre musicisti di prim'ordine come Pino Sallusti, apprezzato contrabassista e bassista jazz, il tastierista Gianluca De Rossi, conosciuto principalmente per essere la mente dei Taproban e nientemeno che Ludovico Piccinini, chitarrista dei Prophilax, storica band romana di rock demenziale (termine, questo, in realtà molto riduttivo per chi conosce la musica del gruppo). I cinque musicisti, apparentemente dalle caratteristiche eterogenee, sono riusciti a confezionare un album che sembra un viaggio nel rock italiano degli anni '70, col risultato che "Il pozzo dei giganti", è semplicemente uno dei dischi italiani moderni più retrò che esistano. Questo, ovviamente, solo per chi scrive, ma credo che saranno in molti a ritrovarsi nella descrizione. All'ascolto, si avverte che l'esperienza dei musicisti è uno dei punti cardine che definiscono le particolarità del lavoro, i cui riferimenti sono sfacciatamente indirizzati a tutto il rock progressivo italiano dell'epoca, non ultimi gli stessi Goblin. La presenza di De Rossi è fondamentale nel caratterizzare il disco, col suo utilizzo dell'organo Hammond e della sua collezione di tastiere vintage tutte accuratamente elencate nel libretto. L'opera è talmente ben realizzata che l'intero album potrebbe essere facilmente scambiato per il remaster di qualche nastro mai pubblicato quarant'anni fa. Basta ascoltare la suite "Il pozzo dei giganti", che dà anche il titolo all'album, per rendersene conto. Varie sezioni si susseguono, con gli strumenti ad alternarsi il ruolo di protagonista oppure a procedere all'unisono o in armonizzazione, senza che nessuno prevalga sull'altro, in un equilibrio strumentale perfetto, e ogni musicista si ritaglia il proprio spazio personale solamente negli assoli. Solo la presenza di Piccinini tradisce l'appartenenza ad un periodo musicale più recente, con la sua tecnica tendente al virtuosismo ed al metal ma ben calata tra le sezioni hard, quelle classiche o fusion presenti in tutte le tracce. I restanti due brani, "Manfredi", costituita in realtà da quattro parti distinte, e "Dentro la cerchia antica", confermano la stessa impostazione, totalmente retrò, dell'album. I più attenti avranno inoltre intuito dai titoli il concept sulla Divina Commedia, con ciascuno dei tre brani dedicati ad una cantica. Aggiungiamo infine il dipinto della copertina, assolutamente in stile con le grafiche degli anni '70 e ovviamente molto bello e drammatico, ed il cerchio si chiude in maniera perfetta.
Non credo sia interessante disquisire sull'opportunità di rifarsi al passato in maniera così palese, né mi interessano le motivazioni che hanno spinto i musicisti a "riunirsi" sotto un nome che all'epoca nacque solamente per questioni pratiche, per cui preferisco dare un'opinione sull'album basandomi solo sulla qualità, che a mio avviso è ottima. I Cherry Five sono qui, nel 2015, e meritano di essere considerati.



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Nicola Sulas

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