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TAPROBAN Posidonian fields Mellow Records 2006 ITA

Questo terzo lavoro ha impegnato a lungo il trio romano, ma ne è valsa la pena. “Posidonian Fields” arriva a due anni di distanza dal precedente “Outside Nowhere” e, seppur chiaramente parenti, lo supera in qualità compositiva, esecutiva e generale. Questo significa molto, visto che il precedente era già su livelli notevoli.
Siamo all’ascolto di un concept album strutturato in tre movimenti, suddivisi in dieci brani complessivi. Tra i primi aspetti che saltano rapidamente all’attenzione, troviamo innanzi tutto la maggior presenza di parti cantate rispetto ai due lavori precedenti. Ciò lo si deve essenzialmente alla maggior partecipazione compositiva di Guglielmo Mariotti (chitarra, basso e voce), ma ritengo che sia fondamentale la scelta del disco concept e quindi di una storia da sviluppare anche sotto l’aspetto lirico. Nella fattispecie l’argomento è il viaggio nell’interiorità della mente e della coscienza, usando come perifrasi il viaggio nelle profondità marine, dove ogni incontro bello o brutto che sia, fa parte del bello e del mostro che tutti noi ci portiamo dentro.
Sviscerato il tema c’è da dire che musicalmente le varie ramificazioni del prog di matrice sinfonica anni ’70 riaffiorano decisamente nella musica dei Taproban. Il tutto è però giocato con grande personalità e nulla appare forzato o peggio copiato.
A partire dal primo capitolo “Immersion” entriamo nel mondo della miglior ortodossia prog e il parlato in greco, della prima traccia ci porta a riflettere sul fatto che l’introspezione non è mai di chiaro approccio e iniziare a guardarsi dentro può sembrare di confrontarsi con uno straniero. Variegato per composizione e sviluppo è il brano “immersion” dove ho trovato, nella seconda parte, un cantato pressoché identico al brano “Paralysed” di Greg Lake (peccato veniale visto l’andazzo della musica odierna), molto bella la progressione melodico/ritmica del brano che porta alla terza porzione del primo capitolo “Caronte’s Ship Imponderability” notevolissima e che riesce a raccogliere, in poco più di tre minuti, un concentrato di prog tastieristico di altissimo livello nella migliore tradizione italiana di ispirazione UK.
Il secondo capitolo, altri tre brani, apre con un potenziale hit single “Riding in Posidonian Fields”, ascoltatela qualche volta, canticchiatela almeno due e poi vi sfido ad andare a dormire riuscendo a schiodarvela dalla testa. Nella successiva, strumentale, “Entwinings” c’è qualcosa che mi ricorda Squire solista e il suo “Fish Out Of Water” e questo è sicuramente un bel ricordo. Pathos ricercato e raffinato per la chiusura del secondo capitolo affidata al brano “Suspension” una vera pausa spaziale e temporale che rappresenta il momento della ricerca catartica nel proprio subconscio prima dell’incontro fatale con lo spettro, le paure più recondite e ataviche: è il mostro tentacolare della memoria e delle viscere più nascoste è l’”Octopus!”, musicalmente il brano migliore del disco, che da solo ne fa una perla lucente nel panorama prog di questi tempi. Un avvio in 12/8 talmente bello e centrato che ci si aspetterebbe un paio di giri in più, ma le scelte del gruppo sono insindacabili (ci pensano già loro a litigare su quanti giri fare). Nella seconda metà del brano arriva il cantato, breve e corale poi altre fughe tastieristiche, tempi dispari, apertura in maggiore e finale: da manuale.
“Uncontrolled Dreams” è il brano più lungo del lavoro con quasi nove minuti in continua variazione e sviluppo musicale con momenti che riportano alla mente Le Orme, ma anche i Trip e i Colosseum. Nella metafora il brano ci porta ancora più a fondo verso il buio più totale, dove l’anima ha un respiro flebile, appena percettibile, impalpabile come generata in un sogno senza fine e senza ritorno. È proprio “No Return” il penultimo brano in atmosfera psichedelico-sinfonica con tastiere e voce a gettarci nell’oblio e nell’addio definitivo.
E’ vero che siamo di fronte ad un altro lavoro (com’anche i due precedenti) improntati sulle tastiere di Gianluca De Rossi, ma è doveroso segnalare che l’apporto ritmico di Davide Guidoni, batteria e del già citato Mariotti al Basso va ben al di là dell’indispensabile, cesellando e completando in maniera egregia ogni passaggio.
Insomma: bello il concept, belle le musiche e ben suonate, belle le ritmiche, belle le parti vocali, bello anche il booklet. L’unica nota negativa è il finale della storia? Neppure, c’è infatti una finale ghost track dall’eloquente titolo “Rebirth”, sommesso, ma giocoso esercizio tersicoreo in bilico tra il Branduardi degli anni ’70 e i Pentangle. Ma non è finita, c’è un altro finale gratificante: il disco è finito, ma lo si può riascoltare subito. Il miglior prodotto dei Taproban e sicuramente tra le migliori uscite dell’anno. Imperativo non duplicare e non tentare di scaricare: compratelo tutti.

 

Roberto Vanali

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