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CLAUDIO MILANO, ERNA FRANSSENS Adython dEN 2012 ITA

Gli artisti si muovono nel mondo della musica come gli animali sul terreno nelle ere geologiche: alcuni lasciano impronte indelebili, altri, magari solo per avere incautamente scelto di camminare in zone poco sicure o al bordo della battigia, hanno visto le loro impronte cancellarsi immediatamente dopo il loro passaggio, così che la storia non ha serbato ricordo alcuno della loro esistenza. La vita è fatta di scelte, certo, alcune studiate, altre decisamente estemporanee, anomale per il proprio percorso. Ma se una scelta è fatta con sincerità e in maniera naturale e sentita, ci sarà qualche possibilità in più che possa lasciare un segno e, in questo caso, un prodotto da ricordare. Ovviamente per un disco uscito “oggi” è assai difficile determinare se il segno ci sarà e quel che si può fare è semplicemente dare il proprio giudizio, più obiettivo possibile e aspettare che la storia, quella piccola, quella che narra di persone “normali”, dia il responso.
Claudio Milano, già lo conosciamo per i Nichelodeon, per il premio Demetrio Stratos e altre avventure nell’avanguardia, è artista eclettico e sta dimostrando di mettere impegno per far sì che la sua impronta sia di quelle durature. La forma espressiva scelta non è delle più immediate, non è di quelle radiofoniche, non ha nulla che chieda di essere amabilmente ascoltato, non presenta nulla di orecchiabile e canticchiabile, ma mira esattamente in una direzione, quella dell’avanguardia sperimentale che vuole unire trasversalmente esperienze del passato a forme di espressione moderna. Nel perseguire caparbiamente questo obiettivo, Claudio Milano, presenta “Adython”, trascrizione minimale di sentimenti ed emozioni, su testi di Erna Franssens, elaborazioni elettroniche e computerizzate di Attila Faravelli e Alfonso Santimone e con il sax di Stefano Ferrian. Per quanto riguarda queste elaborazioni è bene sottolineare che siamo ben lontani da ogni forma musicale tipica del progressive rock, anche se letto nel suo senso più ampio: l’assenza della strumentazione “tipica” ne fa un lavoro particolare, seppur non necessariamente innovativo. E andiamo nel dettaglio. Due soli lunghi brani, circa un quarto d’ora il primo, oltre i 32 minuti il secondo. Quasi nullo è l’apporto musicale in senso stretto: quello che è elettronica è anche rumore, è noise contorto e serpeggiante, raramente funzionale alla linea vocale che, anzi, grazie alle incredibili capacità di Claudio Milano, è in realtà autosostenuta, creando la struttura melodica e, spesso, anche quella ritmica. La libertà, garantita dall’assenza di una vera traccia musicale, è agguantata a piene mani dal vocalist, che gioca a ruota libera nella declamazione poetico-teatrale di testi piuttosto criptici e metricamente distanti da qualsiasi tipologia di “canzone”.
Questo è un lavoro complesso, nella struttura, nella scrittura e ancor più nell’esecuzione. Eppure, a dispetto della più tradizionale sperimentazione, non avverto grandi momenti di improvvisazione, anzi, quel che recepisco è una pianificazione abbastanza dettagliata. È invece più presumibile una estemporaneità nella postproduzione, ben evidenziata dai vari rimaneggiamenti incuneati tra i lembi di un’elettronica molto spigolosa.
Anche per la sua maggiore dilatazione, tutto ciò è più evidente nella lunghissima title track, affaticante e ostica, tanto intima da rendersi quasi privata. Più volte si ha l’impressione di infilarsi, di intrufolarsi da straniero in casa d’altri e un pesante senso di claustrum invade l’anima, in maniera decisamente ansiogena. Ecco che questo diventa il merito e la condanna del disco: se da una parte è sintomo del successo raggiunto dall’idea, dal concetto stesso, dall’altra parte rappresenta una barriera spazio temporale che non consente l’accesso diretto, ma solo per vie alternative, quasi che la vicinanza sia possibile o fisicamente o temporalmente, mai contestuale e, tutto questo, può davvero far male.
Avvisati tutti, credo di poter chiudere dicendo che l’esperienza è di quelle indimenticabili, uno scontro, una piccola rivoluzione che, anche se non la prima del genere e se non più originale di quanto già tentato da altri, almeno è dotata di grande personalità. Il consiglio è destinato semplicemente a chi se la sente, io spero di aver segnato obiettivamente gli aspetti salienti, tanto da mettere in condizioni di decidere.


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Roberto Vanali

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