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Quinto disco del Pär Lindh Project, Nagelfar prende il nome dalla mitologia norrena: è una nave infernale costruita con le unghie dei morti. Quando la sua costruzione verrà completata avrà inizio il Ragnarǫk, cioè la fine del mondo. Qualche analogia c’è con la carriera di Pär Lindh, fra i padri del prog scandinavo, perché Nagelfar è inteso come il suo ultimo addio al prog e ai suoi fans. Sicuramente l’album, registrato nei Crimsonic Studios di Enköping, è molto retrospettivo e dichiaratamente ancora influenzato da ELP e a loro dedicato. L’ispirazione compositiva di Pär ha avuto un primo intenso periodo con i primi (notevoli) tre dischi del suo Project in sette anni, che considerando anche le tre positive collaborazioni “soliste” con Björn Johansson (comprendendo anche Discus Ursi), diventano sei dischi in dieci anni. Poi dal 2001 solo due dischi del PLP: nel 2011 Time Mirror, il più debole, e quattordici anni dopo ecco Nagelfar: un silenzio molto lungo, in cui il prog è cambiato: il genere sinfonico-strumentale non è più quello centrale, anche se sta avendo nell’ultimo periodo dei sorprendenti successi, per esempio con Lars Fredrik Frøislie. Intanto in questi 34 anni dall’inizio della Scandi prog wave, oggi la maggior parte dei gruppi di quella generazione è sciolto (Landberk), in fase dormiente (Änglagård), o pubblica musica con tempi molto rarefatti (Anekdoten e White Willow). Nell’album figurano collaboratori storici di Pär, come Mattias Olsson, che fece parte anche del primo PLP “Gothic Impressions”, William Kopecky e Svetlan Råket, oltre alla compianta Magdalena Hagberg, ed una quantità smisurata di batteristi: ben sei per nove tracce totali, contando anche lo stesso Pär che suona la batteria. In Nagelfar c’è materiale nuovo, alternato a materiale di archivio come le due belle cover emersoniane: la “Jerusalem” nella versione di Parry, e la danza dei cavalieri tratta dal Romeo e Giulietta di Prokofief, nota anche come Montagues and Capulets. La suite che dà il nome all’album ha molti elementi di qualità: atmosfera, sound vintage, potenza, mistero, ma con i suoi “soli” 13 minuti non sembra pienamente sviluppata, o forse quella di mantenere il brano entro tale durata è una libera scelta artistica del Maestro Lindh. “Very Nice” è chiaramente ispirata ai Nice e al rimpianto di Pär per non essere riuscito a riformare la ex band di Emerson in un esperimento del 1995 senza successo. Momenti di pura melodia per “Splendid View” e “I Believe”, mentre si ripiomba nel 1977 con “Tres Vieux Jeu”, con imponenti suoni brass, molto probabilmente dello Yamaha GX1, che Lindh vanta nella sua importante collezione di tastiere analogiche. Si va ancora più indietro nel tempo con “Medieval Dream”, un solo di clavicembalo con una serie di variazioni di “Greensleeves”, che la leggenda vuole composta da Enrico VIII d'Inghilterra per la sua futura consorte Anna Bolena. Nel disco, ancora un altro riferimento al maestro ispiratore: un ragtime con “Pubcrawl”. Il giudizio complessivo sul progetto è positivo, ma l’operazione avrebbe avuto maggior successo se intanto Pär non fosse quasi scomparso dalle scene, con un lungo silenzio di 14 anni e l’ultimo concerto all’estero ormai circa 18 anni fa. Vanno qui menzionati gli ottimi lavori classico-sinfonici di Pär, pubblicati nel 2018 sempre per la sua etichetta Crimsonic: “25 Pieces For Organ Harpsichord & Piano” con composizioni sue e di Bach, Scarlatti, Beethoven, Brahms e altri, e “Three Christmas Concertos”, con un suo concerto barocco in quattro movimenti, proposto insieme ai due classici concerti di Natale di Manfredini e Corelli.
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