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SITHONIA La soluzione semplice Lizard Records 2011 ITA

Certo che ne è passato di tempo da quando leggevo dei Sithonia su un noto periodico metal che dedicava al prog uno spazio risicato ma costante. Allora le mie conoscenze del genere si limitavano a qualche album dei Marillion e a “Foxtrot”, mentre dei Sithonia (e di altre band italiane dell’epoca) sapevo solo che erano considerati una promessa del progressive italico. Non avevo la più pallida idea di quale potesse essere il loro sound, eppure mi affascinava leggere i toni enfatici con cui venivano descritti. Certo, non mi sarei mai aspettato che un giorno avrei dovuto scrivere la recensione di un loro album, nè quello di chiunque altro a dire la verità. Prendere tra le mie mani “La soluzione semplice” e ascoltarlo per dare la mia opinione rappresenta quindi per me, in un modo che riesce a strapparmi un sorriso, un segno del tempo che passa.
I Sithonia sono ancor qui, dopo oltre vent’anni, invecchiati senza ombra di dubbio (e non erano tutti dei giovincelli neanche all’inizio) ma sempre grintosi e coerenti nel mantenere lo stile classico che li contraddistingue, fatto di sinfonismo, melodia, ricerca nei testi e una sottile ironia che aleggia qua e la tra le composizioni. L’album è molto omogeneo, sospeso tra le influenze dei Genesis e quelle del Banco, proprio come nell’iniziale “Treni di passaggio”, che sembra giocare volutamente nelle sezioni strumentali tra i suoni British alla Tony Banks e quelli fantasiosi del progressive italico. “Cronaca persa” è melodica, dura, acustica, incalzante ma anche di maniera, e lo è in modo troppo convincente, tanto da presentare proprio quei pregi e i difetti che ti aspetteresti da una suite di oltre ventidue minuti. Eppure la sua prolissa bellezza non lascia indifferenti e riesce a tener viva l’attenzione per quasi tutta la sua durata, concedendosi solo qualche passaggio di scarso interesse che forse si sarebbe potuto limare meglio.
Nemmeno “La soluzione semplice” riesce a infastidire, mantenendo una struttura hard incastrata in un mid-tempo scontato punteggiato di melodia, e neanche la conclusiva “Il vento di Nauders” ci dà il sollievo di pensare che tanto è l’ultimo brano quindi dobbiamo resistere sino alla fine, quando invece le sezioni melodiche, gli assoli banksiani (una costante dell’album) i temi e le parti strumentali si rincorrono tra loro lasciandoci col fiato sospeso per tutti gli undici minuti di durata.
Terminato l’ascolto, la soluzione semplice si è manifestata chiara davanti ai miei occhi, invisibile ed estremamente efficace: fare ed ascoltare la musica che ci piace, senza l’ossessione della ricerca della novità e senza porci il problema di dover accontentare il pubblico e i critici. I Sithonia forse non hanno ricevuto il riconoscimento che meritavano ma quello che fanno, anche senza realizzare niente di nuovo, lo fanno bene. Per me è più che sufficiente.


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Nicola Sulas

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