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NOT A GOOD SIGN Icebound autoprod. 2018 ITA

Non so se sia un buon segno ma certamente è segno dei tempi se i Not A Good Sign hanno deciso di fare affidamento sul formato digitale per diffondere questo terzo nato della loro breve ma preziosa discografia. La versione su CD, quella che ho in mano, è una rarità limitata a sole 500 copie numerate con un jewel case personalizzato dentro il quale sentiamo tintinnare dei piccoli frammenti di vetro, simili a ghiaccio. Ghiaccio che è anche quello imprigionato fra le note di queste nove tracce, che trafigge il cuore come una lama affilata e scintillante. Se la società del nuovo millennio impone una fruizione immediata dell’arte e più in particolare della musica che dovrebbe essere risolta in breve tempo e dare risposte emotive immediate, in questo caso sono necessari numerosi ascolti per entrare in sintonia con un’opera assolutamente non ostica ma molto sfaccettata e di sicuro ponderata più di quanto non sembri ad un primissimo approccio.
Questo è il primo album dopo la caduta di un pilastro solido come lo era Francesco Zago per i Not A Good Sign. La trazione del gruppo è ora tutta nelle mani del tastierista Paolo Botta, autore della quasi totalità delle parole e della musica che andremo ad assaporare. Se però immaginate qualcosa di claudicante o di keyboard oriented vi ingannate, i giochi sono molto più complessi ed il risultato è qualcosa da far sedimentare lentamente, ascolto dopo ascolto, da metabolizzare strato per strato prima di poterne cogliere la vera bellezza. Voglio però che sia chiaro, perché da quanto ho appena detto potreste pensare il contrario, che questa musica è di per sé immediatamente fruibile anche se sotto alla punta dell’iceberg si nasconde molto di più. Non dovrete neanche temere un album senza chitarre perché a sostituire le mani esperte di Zago ci sono quelle di Gian Marco Trevisan che i più attenti di voi ricorderanno come ospite nel precedente “From a Distance” (2015) e come supporto nelle occasioni dal vivo. Anche se non sono ancora arrivata al dunque avrete già capito che ci siamo, non dico allontanati, ma quantomeno spostati dalle esperienze dei precedenti lavori. I nuovi brani sono più costruiti, arrangiati e meno “live” rispetto al passato e questo aspetto permette in un certo senso la crescita dell’album ad approcci successivi. La resa sonora è di grande qualità ed il tutto è assemblato in modo più che professionale ma non è una questione di sola forma, come vedremo.
Se pensassimo alla traccia introduttiva, il breve strumentale “Second Thought”, come a una specie di biglietto da visita, ci metteremmo subito sulla strada sbagliata. Gli scenari post bellici che si aprono alle nostre orecchie, gli echi dal sapore quasi industriale, tutto quel clangore, quell’appeal RIO oserei dire “Barbaro ma non troppo” al quale si ibridano sentori hard fusion e aliti cameristici, il violino stridente (suonato dall’ospite Eloisa Manera), le chitarre affilate non ci preparano assolutamente a ciò che viene dopo. A rompere il ghiaccio ci pensano con “Frozen Words” il pianoforte di Paolo Botta ma soprattutto la voce di Gian Marco Trevisan (canta lui e non il "titolare" Alessio Calandriello in questa traccia). Ci spostiamo verso qualcosa di più sinfonico e addirittura simile a una ballad, per lo meno in una prima fase, ma l’eleganza di questa traccia non è semplice. A un livello epidermico tutto scorre ma da percorsi apparentemente lineari si dipanano traiettorie jazzy e tematiche cameristiche con reminiscenze di “Foxtrot”, elementi Crimsoniani e impressioni che rimandano forse alla Mahavishnu Orchestra con un grado di ecletticità che dona una veste tutta nuova e di alta sartoria a combinazioni di stili consuete alle nostre orecchie.
I brani non si chiudono mai ad anello ma si diramano esplorando nuove strade e nuovi arrivi. “Hidden Smile” è un lungo strumentale, siamo sui nove minuti, che si apre con atmosfere vellutate dischiudendo gradualmente il suo racconto sonoro fatto talvolta di immagini drammatiche. La chitarra, sempre molto presente in questo album che non tradisce assolutamente i suoi connotati rock, sceglie percorsi basati sulla melodia senza evitare comunque concatenazioni di riff che sostengono all’occorrenza le evoluzioni del violino, grande protagonista di questo pezzo, e delle tastiere.
Sorvolo la brevissima “As If” per piombare nel cuore di ghiaccio di questo album con la splendida “Down Below” dove Alessio davvero il meglio di sé. La musica sembra emergere dal profondo di un sogno dimenticato, ha un’aria eterea, invernale e inafferrabile ed i suoni si dipanano in modo asimmetrico su prospettive che si deformano come in un gioco di specchi. Il canto però è la cosa più bella e sembra riecheggiare in mille riflessi come in una fredda camera di specchi. Se sarete attenti coglierete anche qualche piccola citazione di Debussy, volutamente incastonata in questo splendido quadro. Più autunnale nelle sue sfumature si presenta “Thruth”, unica traccia che non porta la firma di Botta con musiche di Trevisan e parole di Antonio De Sarno (The Watch). Tastiere vintage e chitarre si intrecciano in melodie dal retaggio classico che si sfumano all’arrivo del cantato. La sezione ritmica, come di consueto affidata alla batteria di Martino Malacrida e al basso di Alessandro Cassani, lavora talvolta sottotraccia ma sempre in modo creativo diventando determinante nel sostegno delle belle sequenze strumentali variamente stratificate e di impatto decisamente Crimsoniano.
L’ultima traccia estesa prima della conclusione è “Trapped In” con i suoi scenari inquietanti (a volte il pensiero è volato agli svizzeri Island) e talvolta lunari e VanderGraffiani, palcoscenico perfetto per l’ospite David Jackson col suo sax convulso. La musica non trova una direzione definita ma oscilla in modi diversi, talvolta dolcemente ipnotica e talvolta nervosa. Vi stupirete un po’ a scoprire in questo insieme citazioni di Ugolino ma sono ben incastrate in questa traccia davvero particolare. Il gruppo si congeda con un pezzo breve, strumentale, “Uomo di Neve”, che ricorda in un certo senso quello di apertura e apre nella mia mente visioni Tarkovskiane. E’ l’ultima traccia ma come preannunciato l’ascolto non si fermerà qui ma si ripeterà più volte per cercare tutti i dettagli sfuggiti in una prima fase e ricostruire nella nostra testa nuove e inedite suggestioni.
Questo è un album di profonda ispirazione sinfonica, cupo, complesso e denso di sentimenti tormentati ma anche di inaspettata dolcezza. Alla fine ci dona più di quanto potessimo immaginare. Credo che me ne ricorderò ancora a lungo e sicuramente per le consuete classifiche di fine anno.



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Jessica Attene

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