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YUGEN Death by water AltrOck 2016 ITA

Quando uscì nel 2006 il primo album a nome Yugen, “Labirinto d’acqua”, in molti gridarono al miracolo per quel gioiello di prog d’avanguardia, che rinnovava un po’ lo spirito del R.I.O. d’annata rendendolo un po’ più fruibile attraverso partiture attentamente studiate e complesse al punto giusto. I successivi capitoli discografici (“Uova fatali”, “Iridule” e il live “Mirrors”) di questa sorta di gruppo aperto capitanato dal chitarrista e compositore Francesco Zago hanno poi mostrato una ricerca sempre più indirizzata verso un sound di difficile assimilazione, dove il rigore formale delle composizioni diventava elemento essenziale. E arriviamo oggi, a dieci anni dall’esordio, ad un nuovo lavoro che prosegue esattamente su questa strada tortuosa, trafficata abilmente negli anni ’70 dagli Henry Cow, ma che gli Yugen rendono ancora più dissonante, ancora più folle, ancora più imprevedibile e molto più legata ad un discorso accademico e alla musica cosiddetta “colta”. Il numero dei musicisti coinvolti in “Death by water” è davvero impressionante e troviamo vari collaboratori storici di Zago, nonché importanti nomi già legati a vari progetti della casa discografica AltrOck, tra i quali segnaliamo Paolo “Ske” Botta, Elaine Di Falco, Jacopo Costa e Dave Wiley. Con quest’album la scelta di Zago e compagni sembra quella di mostrare le due facce di una stessa medaglia: si alternano, infatti, brani nei quali i musicisti spingono agli estremi i discorsi sonori avant-prog che hanno caratterizzato la musica degli Yugen fin dagli esordi e altri in cui si smussano un po’ gli angoli, allontanandosi leggermente da questi eccessi e virando verso una vena melodica comunque particolare e stralunata. Ovviamente, a prevalere sono i primi…
Prendiamo il pezzo di apertura “Cincially correct”: un cazzotto nello stomaco, durissimo, carico di tensione, violento, con tempi composti, ritmi indiavolati e fiati zappiani che si scontrano con schizofrenici interventi vocali e con una chitarra elettrica heavy e distorta. Si muove sulla stessa falsariga la seguente “Undemurmur”, mentre sono le atmosfere crimsoniane della title-track a mostrare i primi segni di maggiore accessibilità, complice anche quel piano che dà un tocco classicheggiante. Ma ci sono le spigolosità dure e violente del bozzetto “Ten years after” a scuoterci ancora, poco più di un minuto in cui la sei corde ruggisce ferocemente. “As it was” è forse il momento più elegante del cd: una melodia di piano a creare le basi per una ballata stravagante in cui è la voce magica della bravissima Elaine Di Falco a guidarci attraverso nuovi spazi debitori dei King Crimson (ah, quel mellotron…).
Ci voleva proprio! Il rischio era quello di arrivare a metà ascolto già in piena asfissia! Il tempo di riprendere fiato e “Studio #9” ci porta in territori jazzistici; nulla di banale ovviamente, qui siamo di fronte ad un miscuglio di Canterbury sponda Matching Mole, del Zappa più circense e del free-jazz di Ornette Coleman e seguaci. Si ritorna all’avanguardia con “As-a-matter-of-breath”, il brano più sperimentale nei suoi undici minuti e mezzo, ricchissimo di sfaccettature e di colori timbrici che farebbe splendida figura su un qualsiasi album di Thinking Plague o U Totem, insomma scuola Cuneiform Records, per intenderci, non canzonette… E dopo il nuovo spunto che deve nuovamente qualcosa a Mr. Fripp, intitolato “Drum’n’stick”, ecco che si va ancora più “oltre” con “Der schnee”, in cui sul sound ambientale di sfondo si eleva la voce lirica di Dalila Kayros, con saliscendi impressionanti, con melodie assolutamente assurde e ben lontane dal feeling ed un effetto straniante come raramente si può ascoltare. Ok, la tensione ci ha portato allo stremo, ci potremmo aspettare il colpo di grazia. Invece ecco un finale docile, comunque sinistro, con gli arpeggi acustici di “A house” ad accompagnarci.
Che dire per concludere? Che la musica targata Yugen non fosse facilmente fruibile non lo scopriamo certo oggi, ma altrettanto sicuramente il coraggio che pervade “Death by water” indica la voglia di andare oltre ogni limite, di sorprendere, senza muoversi a casaccio e seguendo invece percorsi ben precisi. Ed il tutto è frutto di studio, passione, inventiva, di preparazione tecnica, di enorme abilità compositiva. I risultati possono apparire permeati di freddezza o eccessivamente arditi a chi non è avvezzo a certe sonorità. Ma tra gli esponenti del prog d’avanguardia nati nel nuovo secolo, grazie alla capacità mostrata di sintetizzare, personalizzare e portare avanti quaranta anni di R.I.O., il nome Yugen svetta sopra ogni altro e quest’ultimo parto discografico ne è ulteriore conferma.



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Peppe Di Spirito

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