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DAAL Decalogue of darkness Agla Records 2018 ITA

Dopo cinque album e quattro anni di silenzio tornano sul mercato discografico i Daal, formati come sempre dal duo Alfio Costa-Davide Guidoni (il primo alle tastiere, il secondo alle percussioni). E siccome il loro operato non è mai banale, i nostri rientrano addirittura con due album, di cui questo “Decalogue…” risulta il primo inquietante capitolo. Il secondo, "Navels falling into a living origami", invece mette in luce l’aspetto più “tecnologico”, assemblando materiale vecchio e nuovo in una lunga suite con cui viene rielaborato quanto composto in passato.
Si è parlato di un ritorno allo stile di “Decathron”, che come da titolo era formato da dodici pezzi; questo Decalogo dell’oscurità, difatti, riprende quel tipo di filosofia compositiva ed è formato da dieci capitoli che vanno a costituire l’ossatura dell’opera, distinti l’uno dall’altro con dei numeri romani. L’intento era quello di affrontare tematiche buie, quelle più nascoste nella natura umana, che nel corso della storia sono venute fuori in maniera funesta. Quale modo migliore se non quello di creare parallelismi tra i secoli definiti convenzionalmente “bui” e i tempi odierni? Tanto per non sbagliare, l’immagine riportata in copertina viene estrapolata tra quelle del “Compendium maleficarum”, manuale seicentesco di demonologia scritto in latino da Francesco Maria Guazzo e articolato in tre volumi. La musica e soprattutto il video di “Chapter I” sembrerebbero rievocare all’inizio proprio le fasi che ne portarono alla composizione: il processo per mano della santa Inquisizione nella città di Cleve ad un anziano sacerdote accusato di stregoneria, a cui assistette lo stesso Guazzo. Subito dopo, comunque, il video si lascia andare a tutti i luoghi comuni, macabri e grotteschi a cui vengono normalmente associate determinate tematiche. Occorre poi ricordare che si sta parlando di quello che venne ritenuto uno dei manuali più autorevoli sulla stregoneria, includendo anche una classificazione gerarchica dei demoni sulla scia di quanto già fatto a suo tempo da Michele Psello. Forse è proprio per tributare questa finestra aperta sull’irrealtà più caotica che l’altro video, quello di “Chapter III”, mette in mostra un mondo nascosto e popolato da stranissime creature che sembrano l’evoluzione della pittura fiamminga maggiormente allucinata.
Lo si sarà capito: musicalmente ci si rifà molto alle vecchie musiche horror del cinema italiano in bianco e nero, quello che stava tentando una propria emancipazione e che oggi riscuote l’incontrastabile consenso di nuovi cinefili devoti; andando nel Regno Unito si potrebbe guardare a un gruppo come i Black Widow, mentre rimanendo nella Madrepatria non si può non pensare a Il Segno del Comando (sia il vecchio sceneggiato che la successiva band omonima) e soprattutto ai Goblin, che resero ancora più inquietanti le pellicole di Dario Argento. I due musicisti si avvalgono della collaborazione del chitarrista Ettore Salati e del bassista Bobo Aiolfi, impegnati nella compenetrazione di un album che vede come oscuro protagonista il Mellotron, assieme comunque al pianoforte, cioè quello che potrebbe essere definito il miglior attore non protagonista dell’ipotetica pellicola. I sedici minuti di “Chapter II” prevedono una seconda parte con la chitarra di Ettore Salati in evidenza, a cui fa poi seguito il pianoforte in stile Goblin, continuando con l’ossessione e un senso di vorticare verso il buio (già presente all’inizio) che ritorna nel finale. “Chapter IV” è invece contraddistinto da una ritmica saltellante, aperta a variazioni che potrebbero persino apparire in lontananza un po’ più luminose. Vi sono dei controtempi che ricordano le nebbiose atmosfere – soprattutto per l’uso del succitato Mellotron – di un album come “Island” dei King Crimson. In questo “singhiozzare tra la bruma”, si inseriscono molto bene i commenti quieti e distorti narrati dalle sei corde di Ettore Salati. “Chapter V” è una sorta di ballata, a suo modo anche piuttosto intensa, mentre in “Chapter VI” vi è una solennità a tratti persino floydiana, con un bel lavoro di cesellatura ad opera di ciascuno dei quattro strumentisti coinvolti, portando avanti un’atmosfera decisamente più rilassata che ben spezza con tutta la tensione accumulata. Il capitolo seguente, di contro, con il riecheggiare di colpi alla porta fa piombare nuovamente nell’ansia. Patema d’animo che viene ancora più accentuato negli otto minuti abbondanti di “Chapter VIII”, in cui il basso pulsante e compulsivo gioca un ruolo determinate, tra le immancabili note di Mellotron e pianoforte. Un pianoforte che, romanticamente triste, diventa l’attore principale nel capitolo seguente, il nono. Chiude il decimo capitolo, la summa finale e probabilmente il migliore del lotto.
Questo decalogo voleva essere una vera e propria discesa negli inferi ancestrali dell’animo umano, lo si era già detto. I Daal hanno voluto in un certo senso sfruttare elementi già a loro volta sfruttati e abbastanza collaudati, ma non per questo il risultato finale va certo svalutato. Certo, chi desidererebbe variazioni dinamiche costanti potrebbe ogni tanto storcere il naso; l’album è volutamente opprimente e questo passa per forza di cose attraverso un senso di ripetitività nel singolo pezzo, che poi porta in quello che sembra essere uno stato ipnotico. Resta il fatto che se fosse stato pubblicato qualche decennio fa su vinile, gli amanti di certe sonorità avrebbero fatto di tutto per accaparrarselo anche a cifre abbastanza elevate.



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Michele Merenda

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