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JOHN WETTON AND THE LES PAUL TRIO New York minute Primary Purpose 2015 UK/USA

Tracciare la linea storica di un personaggio come John Wetton, significa scontrarsi con la storia stessa del progressive (e non solo) inglese. Infatti a partire dal 1971 e dal disco con la band dei Mogul Thrash, la sua voce e il suo basso si sono intrecciati con i percorsi di band come Family, King Crimson, UK, Asia, con le Band di Bryan Ferry, di Phil Manzanera, Uriah Heep, Roxy Music, Atoll, oltre – ovviamente – ad una carriera solista che lo vede ancora in attività. Il suo excursus tra progressive, AOR, folk, pop e rock gli ha dato modo di “funzionare” senza soluzioni di continuità, di mantenersi brillante e attivo per tutto questo tempo, senza ingenerosi cali, come invece è capitato a molti suoi coetanei.
In questa ultima fase di carriera, oltre a rispolverare un po’ il passato con una serie di album “Greatest Hits” ha preso contatti con un trio jazz americano, il Les Paul Trio, e ha messo su una scaletta fatta di classiconi del pop/folk/rock internazionale che può far gridare di gioia alcuni appassionati e può, d’altro canto, far rabbrividire alcuni altri. La scaletta e la data nuovaiorchese dell’ottobre 2013, sono diventati un album live, che ha preso il titolo da uno dei brani presentati.
Veniamo al trio di supporto, questo Les Paul Trio formato da pianista Carlton Holmes, dalla contrabbassista Nicki Parrott e dal chitarrista Lou Pallo. Indubbie le loro capacità tecniche, si avvertono in maniera palpabile esperienza, mestiere, professionalità e adattabilità. Wetton, quindi, tiene per sé solo il compito vocale, ma, vista la tipologia dello spettacolo fatto esclusivamente di “canzoni”, il compito è già gravoso di suo.
Nove i brani in scaletta, tra i quali spiccano “All long the watchtower” di Dylan, “Do it again” degli Steely Dan, “Can't find my way home” dei Blind Faith, “Lady Madonna” dei Beatles. Un paio di cose più sue con il classico “Heat of the moment” dell’epoca Asia e “Battle Lines” del 1994 tratto dalla sua carriera solista. Le esecuzioni sono quelle di un professionista bravo e intelligente, che sa prendere il meglio in ogni momento, rivedere, rinfrescare e far suo un repertorio che può essere discutibile, ma che, indubbiamente, ha fatto la storia. Il caldo impasto della sua voce, ancora ben capace di affrontare profondità e acuti, dà la sicurezza delle cose conosciute, la sua capacità interpretativa è sempre grande e quel po’ di sforzo nel portare alla fine la sola “Do it again” non sposta di una virgola l’ottimo risultato finale. Certo, non è un disco che un progster incallito infila nel lettore della macchina per il viaggio, non è neppure quel disco che infilerà nel lettore di casa più volte, diciamo che la curiosità e la soddisfazione possono essere appagate nell’arco di un paio di ascolti, poi il disco nello scaffale starà bene assieme ad altri album cover, magari negli anni a venire…



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Roberto Vanali

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