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TUSMØRKE Ført Bak Lyset Svart Records 2016 NOR

I Tusmørke non amano affatto i preliminari: senza perdere tempo con inutili introduzioni, già dai primissimi secondi di “Ekebergkongen” si viene all’istante catapultati nel cuore di questo loro terzo album in studio. Forse non vogliono che ci rendiamo subito conto in che razza di guaio sonoro siamo finiti e per fortuna che il loro stile non è poi cambiato più di tanto, così non rischiamo di farci trovare del tutto impreparati per questa nuova avventura. Ritmi che ricordano quelli di voga di una pesante nave vichinga, una melodia portante che sembra una strana parafrasi di una celebre aria classica e cori sgraziati che paiono intonati da loschi figuri, vi danno il benvenuto ma, nonostante qualche piccola perplessità iniziale, sono più che certa che vi ritroverò, passati questi primi 5 minuti e mezzo, in piedi sui tavoli, pugni serrati verso il cielo, ad urlare con tutto il fiato che avete in corpo “Ya! Ya! Ya!”. Per i Tusmørke la Norvegia è un luogo magico popolato da spiritelli e bizzarre creature, forse anche per questo se ne vanno in giro incappucciati, per sentirsi a proprio agio con questi strani esseri oppure per essere sempre pronti nel caso ci fosse bisogno di un qualche strano rituale magico. Un filo di magia corre sempre lungo i loro spartiti, trasportato da una frizzante brezza folk. Il flauto di Krizla è sicuramente veicolo di elementi della tradizione nordica ma un ruolo centrale in tal senso lo offrono i ritmi ripetitivi, scanditi dal drumming potente ed impeccabile di Martin Nordrum Kneppen (HlewagastiR per gli amici), e soprattutto i cori vigorosi che vedono in azione le ugole di entrambi i fratelli Momrak (abbiamo già citato Krizla e nominiamo a questo punto anche il bassista Benedikt). Non racconto niente di nuovo a chi già conosce il gruppo ma lasciate che aggiunga, per gli ultimi arrivati, ulteriori elementi che li aiutino ad inquadrare al meglio il sound di questa band. Il fenomeno Lars Fredrik Frøislie, l’anima dei Wobbler per intenderci, offre il suo grande apporto tastieristico inondando di colorazioni vintage una trama sonora di per sé ruvida ed oscura, ficcando il suo Mellotron praticamente in tutte e sette le tracce e amalgamando il tutto con molti altri ingredienti: Hammond, Minimoog, Hohner Clavinet, Rhodes, Solina String Ensemble e chi più ne ha più ne metta. Il risultato complessivo è qualcosa di dirompente, atavico ma anche moderno nel taglio e divertente, con assonanze impressionanti verso quella corrente del prog scandinavo che spopolava negli anni Novanta e che ha fatto breccia in molti cuori. Il modo di fare dei Tusmørke è però meno serioso e qui secondo me sta la loro forza, quella di farci ripercorrere sentieri a noi noti e assai graditi ma in modo spensierato, irriverente, goliardico, allegro. Dopo tutto questo preambolo forse, la seconda traccia, “Et Djevelsk Mareritt”, vi suonerà stranamente rasserenante, col suo flauto serpeggiante, le arie medievaleggianti ed il cantato così cadenzato che pare una filastrocca, con tanto di rime baciate, non aggraziato quanto la musica ma abbastanza suggestivo da poter essere proposto persino ad una platea infantile senza provocare traumi irreversibili. La ritmicità della batteria dà sempre l’idea di qualcosa di epico o eroico, la musica in sé è fresca, immediata e ricoperta da una patina, per così dire, naïf ma niente è mai approssimativo o lasciato al caso e persino nelle situazioni più grottesche la band lascia sempre intravedere mestiere e maestria. “De Reiser Fra Oss” è quasi una danza sciamanica in cui si aprono ampi spiragli psichedelici. Per gli elementi acustici e per i cori, in cui entra questa volta anche una presenza femminile, non trovo fuori luogo paragoni con i Comus. Vedrete che ogni brano non si incancrenisce mai su una formula standardizzata ma subisce delle metamorfosi con ritmi che diventano all’improvviso incalzanti o a volte si distendono oltremodo, creando delle piacevoli variazioni. E’ così ad esempio che ci colpiscono i momenti strumentali della title track che ci offre digressioni tastieristiche ricche di sfumature e belle esplosioni strumentali. E suggestivi lo sono anche i dialoghi fra pianoforte e flauto della successiva “Spurvehauken”, certo, di fronte a cotanta grazia il cantato, che questa volta però cerca di farsi più suggestivo, sembra sempre quello di un vichingo… ma non mi aspetto certamente che un guerriero si metta a cantare ninnenanne… In chiusura vengono proposti i brani più lunghi: “Nordmarka” con i suoi sinistri barocchismi che ricordano un po’ il Pӓr Lindh dei bei tempi andati e la stranissima “Vinterblot” con sonorità vintage di fine anni Settanta ma dai ritmi disco dance a creare un connubio improponibile da cui però la poesia scaturisce inaspettata. La strada tracciata, lo ribadisco, è quella che il gruppo ci ha già mostrato chiaramente nel disco di esordio e ho l’idea che non c’è l’intenzione di abbandonarla. La qualità è nella media rispetto al passato e a questo punto credo che preferire un album rispetto all’altro sia più che altro tutta una questione di gusti. La cosa certa è che questo album, realizzato in modo molto serio da persone a cui non piace prendersi troppo sul serio, coglie nel segno.


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Jessica Attene

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