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TUSMØRKE Osloborgerlig Tusmørke Vardøger og Utburder Vol. 1 Karisma Records 2018 NOR

Ben tre album pubblicati nel 2018 e nessuno purtroppo che possa fregiarsi del titolo di diretto successore dell’ottimo “Hinsides”, fatica discografica risalente comunque ad appena un anno fa. Fra le canzoni per l’infanzia di “Bydyra” e le strambe divagazioni di un “Fjernsyn i farver” che ha diviso molto le opinioni dei fans, con questo nuovo “Osloborgeling Tusmørke” (che minaccia oltretutto un seguito più o meno imminente, visto il “volume 1” che campeggia nel sottotitolo) non abbiamo fra le mani un pasto davvero memorabile, rimanendo più o meno nella sfera degli stuzzichini e dei cocktail.
Non si tratta di stuzzichini indigesti in questo caso particolare, ma di qualcosa di intrigante seppure servito in una versione un po’ rustica, immediata e non troppo elaborata. Il motivo di questa prolificità ce lo dice il gruppo stesso spiegandoci che i pezzi che compongono sono così tanti che alcuni non sempre trovano collocazione in album veri e propri e così ecco che c’è bisogno di queste raccolte in cui finisce, giocoforza, un po’ di tutto. In questo caso ne è uscito fuori addirittura una specie di concept album che ha come tema portante i miti, le leggende e le vecchie storie su Oslo.
Le “Vardøger” del titolo sono le premonizioni dell’immediato futuro mentre gli “utburger” sono bambini abbandonati nel bosco alla nascita, il cui pianto risuona talvolta agghiacciante nella notte. Fra premonizioni e lamenti degli indesiderati, direi che ce n’è abbastanza per riempire le nostre orecchie. Dopo aver registrato “Hinsides” i Tusmørke hanno continuato a provare e a suonare dal vivo con una line-up variabile e talvolta allargata che vedeva la partecipazione dell’ultimo arrivato DreymimaðR (hurdy gurdy, voce e percussioni), di Andreas Hoem Røysum (clarinetto) e talvolta anche di Dauninghorn degli Jordsø alle tastiere a rimpiazzare il fenomenale Marxo Solinas o Lars Fredrik Frøislie che dir si voglia.
Queste 8 tracce nascono più o meno in queste circostanze e nel booklet troverete annotazioni che chiariscono meglio la loro genesi assieme ai nomi dei musicisti via via coinvolti. Questo stile, un po’ lugubre e molto improntato al folk, approssimativo e decisamente graffiante, devo ammetterlo, lo adoro. I pezzi sembrano effettivamente buttati giù in tutta fretta col guizzo dell’artista iperattivo a cui le idee scappano via da tutte le parti e che non ha il tempo di svilupparle appieno né di limarle a dovere. Il risultato non è sicuramente all’insegna del virtuosismo, non brilla per il lavoro di produzione né colpisce per gli arrangiamenti non ricchissimi, ma è qualcosa di assolutamente godibile, scorrevole e divertente, soprattutto se amate un certo tipo di prog rock d’annata di chiara ispirazione nordica.
L’apertura è affidata a “Skattegravere i Grefsenåsen” dove sentiamo gracchiare il cigolante hurdy gurdy di DreymimaðR che si innesta in un sound semiacustico a tratti macabro che ricorda molto i Comus. Acida e psichedelica “Hovedøya” ha in sé qualcosa di hippie con i suoi cori stralunati ed atmosfere allegre e sballate che riemergono anche nella strampalata ed insolitamente solare “Djevelen fra Oslo”. I riferimenti più immediati li trovo verso i connazionali Fruitcake, soprattutto nei brani più saltellanti, e mi riferisco in modo particolare a “Kjentmannen”, dalle decise nuances hard blues con vigorosi interventi dell’organo Hammond, il suo flauto rustico ed un ritmo a dir poco trotterellante, ma anche alla successiva “Akers Akropolis”, inizialmente scritta per il musical “Bydyra” ma rimasta tagliata fuori per problemi di spazio. Spicca fra tutte per il suo cantato lugubre e le atmosfere spettrali “Gamle Olso” mentre “Alverne i Oslo”, pur riferendosi anch’essa alla vecchia capitale, appare a tratti persino delicata. La conclusiva “Gamle Aker kjerke” è qualcosa che già dovremmo conoscere dal momento che si tratta di una nuova versione in lingua norvegese di un pezzo che comparve in origine nell’album “Riset bak speilet” (2014) e che, in inglese, si intitolava “Old Aker Curch”. Il suo sapore gotico appare immutato ed il suo attuale feeling live le dona un fascino tutto nuovo con clarinetto e flauto basso che offrono colorazioni alternative.
Sicuramente questo disco, per quanto divertente, va però considerato per la sua stessa natura come un valido complemento alla produzione musicale del gruppo in attesa che i Tusmørke ricomincino a fare sul serio.



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Jessica Attene

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