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HILLMEN The Whiskey Mountain sessions, vol. II Firepool Records 2018 USA

Se volessi tirare ad indovinare il contesto musicale a partire solamente dal nome di un gruppo prenderei un bel po’ di cantonate; prendiamo ad esempio gli Hillmen, mi sarei aspettato un po’ superficialmente, alla meno peggio, del blues rock oppure, molto peggio, della musica bluegrass: il titolo del disco "The Whiskey Mountain Sessions (Vol. II)" mi fa pensare a fiumi di alcool consumati in ossequio alla tradizione... Ed invece, nonostante l'alcool, gli Hillmen sono tutt'altra cosa, seppure qualche radice nel blues si intraveda, in una dimensione musicale però ben più libera e destrutturata.
Registrato live in studio nella leggendaria zona di Topanga, sud della California, con gli Hillmen ritroviamo questa volta Gayle Ellett dei Djam Karet insieme al bassista Jeff Smith degli psichedelici Insects vs. Robots, il batterista Peter Hillman degli sperimentali e misconosciuti Kiss The Frog e l'ottimo chitarrista Lito Magana Jr. attivo nel revival funk rock dei seventies con i suoi Mestizo Beat. Con una simile formazione entriamo così inevitabilmente nel mondo delle jam bands, ovvero improvvisazioni free in cui l'elemento fondamentale diventa l'istinto ed il feeling con i propri compagni. Niente di troppo impegnativo però... Questo secondo volume delle "Whiskey Mountain Sessions" ha la classica lunghezza (o brevità) degli antichi 33 giri, i canonici trentanove minuti di durata, suddivisi in tre brani, con un pezzo d'apertura di circa venti minuti, "The Long Way Home"; il cd in effetti scorre via in un attimo come una leggera brezza che ci lascia una piacevole sensazione di stordimento e rilassatezza...
Rispetto al primo volume, queste Whiskey Mountain Sessions sono meno strettamente legate ad un'estetica sonora progressive, l'inclinazione è più quella della tipica jam session psichedelica alla Grateful Dead, con ampie ed efficaci divagazioni fusion. La vena psichedelica si colora di funk nelle esplorazioni soliste di Lito Magana, sonorità in acido ed uno stile che si pone a metà tra John McLaughlin, Santana e Jerry Garcia. Gayle Ellett ricama atmosfere sognanti, raffinate e spaziali con il fender rhodes ed il minimoog, con in mente Chick Corea ed Herbie Hancock, con qualche discreta e soffusa sterzata space-prog in certi frangenti...
Il clima fumoso e rilassato di queste sessions rispecchia un'attitudine positiva e completamente spontanea, lontana da una qualsiasi pretenziosità o forzatura intellettuale: c'è solo il gusto di fare buona musica e ricreare un certo tipo di atmosfera che a partire dal Miles Davis elettrico, in tempi ormai lontani, rimane ancora oggi fonte inesauribile di inventiva e profonde intuizioni.



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Giovanni Carta

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