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WHITE WILLOW Storm season The Laser's Edge 2004 NOR

Piove e fa freddo nella vita dei White Willow, il sole non è sorto neanche in occasione di questo quarto lavoro che sembra ambientato in morto giardino d'inverno. La prima cosa che si nota è l'ampliamento del parco strumenti che gode dell'aggiunta di una seconda chitarra e del rinfoltimento della sezione d'archi con l'introduzione del violoncello. Ne risulta un sound più denso e compatto ma non ricchissimo, come potenzialmente potrebbe essere. Lo stile appare comunque in linea con le proposte del passato. La prima traccia, che si apre con un flauto malinconico, il cui suono sembra portato dal vento, "Chemical Sunset", mi sembra quella meglio riuscita e si può dire che è l'unica che conserva un legame con il folk nordico e quindi con l'album di esordio. Il coinvolgimento emotivo è notevole ed i suoni sono profondi. Particolarmente bello è l'intermezzo strumentale che ci lascia apprezzare le carezzevoli note del violoncello che si ode come una voce lontana, sullo sfondo. Con l'avanzare dell'album tende a predominare il lato gotico della band, con composizioni oscure e in un certo senso più moderne. Già dalla seconda traccia le canzoni si fanno più essenziali ed elettriche, si possono notare parti chitarristiche più pronunciate ed il ricorrere di lunghi ma elementari assoli. In alcune fasi di "Soulborn" e nel corso del pezzo conclusivo, "Nightside of Heaven", si possono apprezzare riff decisi e compatti, di taratura quasi metal. Ma questa non è comunque una band che punta sul virtuosismo, bensì sul lato emozionale della musica. L'elemento di maggiore risalto e di più profondo pathos è rappresentato dalla voce struggente di Sylvia Erichsen che si esibisce in maniera espressiva e coinvolgente. Non mancano pezzi di pura atmosfera, come la semplicissima e delicata "Endless Science" o la particolare e spettrale "Storm Season" che sembra ricalcare, nelle linee del cantato, l'Adagio di Albinoni. Si tratta di un album che si attesta grosso modo sui livelli medi dei precedenti, non aggiunge nulla, pur nella sua gradevolezza, alla storia del gruppo che comunque trovo più coinvolgente nella sua veste folk.

 

Jessica Attene

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