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WHITE WILLOW Ignis fatuus The Laser's Edge 1995 NOR

Dopo l'entusiasmante lavoro omonimo de Il Trono Dei Ricordi, la statunitense Laser's Edge torna alla carica con un lavoro così emotivamente coinvolgente quanto diverso dalla sua precedente produzione. I norvegesi WHITE WILLOW infatti ben si inseriscono in quella scena nordica che ultimamente sta facendo scuola in tutto il mondo. Le delicate ed eteree melodie che vengono solamente sussurrate all'orecchio dell'ascoltatore hanno, pur nella loro semplicità, un impatto emotivo altissimo. Se le brumose atmosfere dei LANDBERK vi avevano affascinato per il loro incredibile feeling esiste qualche possibilità che lo stile dei WHITE WILLOW ben si confaccia ai vostri gusti. Il punto di forza del gruppo norvegese è sicuramente quello di aver saputo coniugare le notturne armonie scandinave con una strumentazione e con una perizia tecnico-esecutiva eccezionali.
Le composizioni possiamo idealmente suddividerle in vari spezzoni nei quali si evidenzia volta volta lo strumento (compresa la voce) leader, senza mai ottenere così quelle strutture sinfoniche nelle quali molteplici suoni sì accavallano l'un l'altro in un convulso quanto trascinante procedere. Nonostante questa strutturazione melodica abbastanza semplice la band vede la partecipazione di numerosi componenti esterni che danno il loro contributo in vari pezzi. Elementi strumentali di indiscussa centralità non possono essere quindi identificati: sembra che l'uso degli strumenti sia alternativo l'uno all'altro. Anche basso e batteria non possiamo relegarli al solo contributo ritmico risultando il loro definitivo apporto come essenziale alla caratterizzazione del discorso musicale di questi fenomenali WHITE WILLOW. Certo si può dire che le tastiere (Jan Tariq Rahman) ottimamente utilizzate in questo lavoro risalteranno subito all'orecchio anche del più distratto ascoltatore di prog: il Mellotron coadiuvato da MiniMoog, MicroMoog, Clavinet, ecc. ci trasportano direttamente nel mondo della tecnologia musicale dei 70s. Da notare comunque l'eccezionale inserimento di un flauto (Audun Kjus) che conferisce quel tocco un po' folk e quella delicatezza che non guasta mai. Molto interessante anche l'inserimento di altri strumenti quali un violoncello, il sitar, il basso Rickenbacker ecc., e non posso infine trascurare il grande contributo del chitarrista (Jacob Holm-Lupo) e soprattutto dei due vocalist (se molti avevano da ridire sulla scarsità dei cantanti nordici dovranno qui amaramente ricredersi...!) Sara Trondal e Elrid Johansen.
"Un disco da avere a tutti i costi?" mi chiederete voi... Io ve lo consiglio caldamente con ulteriore sollecitudine per coloro che abbiano apprezzato i lavori degli EZRA WINSTON date alcune sporadiche somiglianze con il gruppo romano (vedi "Snowfall" o "Till he arrives").

 

Giovanni Baldi

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