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DUNGEN Hxan Smalltown Supersound 2016 SVE

Nelle considerazioni di chiusura della recensione che scrissi per il precedente lavoro dei Dungen, stiamo parlando di "Allas Sak", del 2015, pur dichiarando il mio amore per la loro musica, auspicavo comunque una svolta, un cambiamento che potesse mettere in evidenza le loro grandi capacit che all'epoca apparivano limitate all'interno degli stretti confini di forme espressive piacevoli ma anche abbastanza leggere e disimpegnate.
Ebbene, eccomi servita.
L'impegno artistico per questo nuovo e ottavo album in studio notevole, e non mi riferisco soltanto all'aspetto puramente musicale che, per la prima volta nella storia del gruppo, fa totalmente a meno di parti cantate. "Hxan" ("La strega", in italiano) non altro che una colonna sonora scritta per il film di animazione muto, recentemente restaurato, "Le avventure del principe Akhmed", realizzato nel 1926 dalla regista tedesca Lotte Reiniger. La trama si basa su alcune storie tratte da "Le mille e una notte" ed in scena, su sfondali colorati dipinti direttamente sulla pellicola, si muovono ombre minuziosamente cesellate, dai dettagli morbidi e raffinatissimi. Le scene sono fantastiche e ci trasportano in mondi lontani ed esotici, popolati da principi, fanciulle bellissime e streghe. Sicuramente l'ascolto della musica in sincrono con le immagini ne amplifica il godimento, suggestionando l'ascoltatore a fondo attraverso la retina e attraverso l'orecchio con fluidi lisergici ed onirici. La musica fatta di temi musicali ricorrenti associati ai vari personaggi e presenta forme ora suadenti, dai disegni melodici nitidi, ora ribelli e graffianti, a seconda delle emozioni che si vogliono indurre.
Le tracce sono quattordici, alcune delle quali, brevissime, non sono altro che dei fugaci intermezzi ma in sostanza troviamo un'unica sinfonia ripartita in tanti movimenti che rappresenta una matrice emotiva globale in cui sono calate le scende del film. Con "Peri Banu vid sjn", parte la prima traccia, non abbiamo quasi idea che stia iniziando la musica ma sembra quasi che stia calando su di noi uno stato d'animo grigio e appiccicoso come foschia che dissolve il paesaggio. Il ritmo quello di un respiro lento e regolare, quello che potrebbe accompagnare il sonno profondo, e gli aliti ripetitivi delle tastiere sono soffici coltri in cui sprofondare.
Con "Jakten genom skogen" le trame musicali si fanno pi complesse, con colorazioni vintage e polverose in cui riconosciamo perfettamente lo stile dei Dungen. Johan Holmegard sfiora la sua batteria in modo leggero e preciso, il basso di Mattias Gustavsson agile e corposo e le pennellate sonore sono psichedeliche ma dai decisi tratti sinfonici. Sembra quasi che i Dungen abbiano lavorato su alcuni dei loro tratti caratteristici espandendoli a dismisura, trascinandoli alla deriva, giocando su variazioni e ripetizioni alla ricerca di nuove scenografie sonore che mi ricordano a pi riprese l'universo artistico di Bo Hansson.
Con "Wak-Waks portar" veniamo scossi e risvegliati da suoni potenti e distorti, col flauto che stride capriccioso, la batteria jazzy ed anarchica e la chitarra di Reine Fiske, Crimsoniana e roboante, in un insieme a suo modo sommesso e piacevolmente rumoroso. "Den Fattige Alladin" un fugace intermezzo che ci trascina verso le atmosfere da notte stregata di "Trollkarlen och fgeldrkten", con le sue strane mescolanze ed i ritmi tribali che ricordano gli Egba. Il piano aggiunge dettagli eleganti e dal gusto classico, disegnando una sorta di strano bolero e le suggestioni potrebbero essere quelle di Rimsky Korsakov e della sua "Sheherazade".
Nella centrale title track le chitarre acide sembrano fluttuare sinistramente su una coltre incerta di suoni. Viene intonato un motivo folkish sfumato e dai mille riverberi, come se la nostra mente non riuscisse a ricostruire ricordi un tempo vividi ed ora sfuggenti, e poi il sinistro martellare del ritmo e melodie che tornano dolci ma che si trasformano anch'esse in ossessioni.
In questa rapida carrellata voglio poi saltare a "Kalifen", dai suoni indugianti che sfociano in un tema musicale pittoresco disegnato dall'organo che ricorda in un certo senso i Procol Harum. Gocce di sinfonicit si diluiscono in un oceano iridescente di suggestioni psichedeliche che danno l'idea dell'indeterminatezza e dell'incertezza. "Achmed flyger" presenta ancora melodie ben delineate ma dai suoni offuscati. La batteria leggera un lungo corridoio di fuga lungo il quale si precipita il basso e le tastiere, vellutate, scivolano via. Il tema melodico di Achmed, onirico, dolce, misterioso, riemerge in "Achmed Peri Banu", sostenuto da percussioni ovattate e profonde e da suoni che si espandono lentamente. La traccia di chiusura, "Andarnas Krig" dominata invece da suoni distorti ed elettrici che irrompono come una tempesta di sabbia, gli accordi strappati e le melodie indecifrate scorrono in loop lisergici dal retrogusto acido in una spirale che diviene sempre pi vorticosa al ritmo serrato della batteria in una specie di caos musicale, libero e capriccioso, che toglie quasi il respiro. Questa volta Gustav Ejstes (organo, piano, flauto), lui da sempre il leader dei Dungen, ha osato e si messo in gioco.
Immagino che alcuni dei vecchi estimatori della band svedese rimarranno un po' spiazzati ma innegabile che quest'opera non sia frutto di calcolo quanto di profonda ispirazione. L'universo dei Dungen ben racchiuso in questo album che rappresenta la sublimazione della loro arte e che riesce a incanalare tutta la loro energia creativa che sgorga in modo libero e non vincolato in alcun schema come poteva apparire in alcune passate produzioni, belle, ribadiamolo, ma in certi casi forse un po' troppo scanzonate.



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Jessica Attene

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