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NECROMONKEY A glimpse of possible endings Roth Hӓndle Recordings 2014 SVE

Necromonkey è, da un paio di album a questa parte (l’esordio “Necroplex” risale appena al 2013), il sodalizio artistico fra Mattias Olsson, dai più ricordato come l’ex batterista degli Änglagård, e David Lundberg, tastierista degli altrettanto svedesi Gösta Berlings Saga. Lungi dall’essere la sintesi sonora fra le due esperienze musicali appena citate, i Necromonkey appaiono più come il più profondo subconscio musicale dei due artisti che riaffiora alla luce trascinando con sé visioni, turbamenti e desideri. L’architettura di questi cinque nuovi brani non è affatto definita ed il racconto musicale procede per associazione di idee e visioni, non seguendo un filo logico consequenziale: è un po’ come estrarre da quadri ben noti, che tutti conosciamo, le tonalità dei colori utilizzati e poi vaporizzarle nell’atmosfera e respirarle. Non vedremo un’immagine concreta e riconoscibile ma in qualche modo ne percepiremo l’essenza. Con ciò spero sia chiaro che non troverete in forme riconoscibili né gli Änglagård, né i loro colleghi, anche se è vero che le idee qui raccolte ne rappresentano in parte e in qualche modo l’estrema sublimazione.
Più che altro il duo si è prodigato nella fusione di suoni vintage, per lo più riconducibili alle esperienze Prog del passato remoto, suoni orchestrali, rumori e sensazioni elettroniche, creando ambientazioni sonore complesse ma tremendamente astratte, attraverso le quali l’ascoltatore può vagare fino a perdersi e confondersi totalmente o anche abbandonarsi, lasciando scorrere il flusso di suoni attorno a sé, come acqua tiepida che accarezza la pelle in un bagno ristoratore e denso di vapore. Fra i tantissimi elementi sonori utilizzati in questo album troviamo ovviamente tonnellate di Mellotron di cui vengono utilizzati svariati registri (archi, chitarra rock, viola e addirittura marimba, e chi più ne ha più ne metta) come anche il suo progenitore meno fortunato, il Chamberlin. Fra gli altri pezzi d’antiquariato segnaliamo l’Orchestron, in cui le note sono pre registrate su dischi ottici, analogamente all’Optigan. Troviamo poi attrezzature più regolari come l’immancabile Mini Moog ed il Fender Rhodes, il pianoforte a coda, lo xilofono, il vibrafono e la chitarra elettrica, come anche oboe, violoncello, clarinetto, basso e Theremin, questi ultimi domati da alcuni ospiti. Avere un batterista nella line-up principale non necessariamente fa sì che il suo strumento abbia un ruolo chiave, anzi, in questo caso la batteria è spesso sostituita da loop, effetti percussivi e anche dalla drum machine, elementi questi che non hanno la specifica funzione di fornire un binario di ritmi su cui viaggiare ma che si confondono nell’impasto sonoro con la loro azione di chiaroscuro.
Le cinque tracce hanno caratteristiche diverse, quella di apertura, “There seem to be knifestains in your blood”, costruita su loop elettronici e solcata da un Theremin che sembra un fantasma, possiede degli strani riflessi pop che la rendono incredibilmente accattivante. “The sheltering waters” è onirica e impalpabile, con i suoni che oscillano fra il vintage ed il moderno e la batteria elettronica che sostiene la melodia in modo pulsante. Nella brevissima “The counterfeit pedestrian”, appena due minuti e mezzo, un giradischi che gira a vuoto sembra quasi simulare i tranquillizzanti rumori di fondo della quiete notturna, in una ritmicità che appare quasi vuota e melodie che vanno avanti ciclicamente per poi essere inghiottite nel nulla. La title track è il pezzo più lungo (15 minuti e 24 secondi), ad essa appartiene una bella sequenza chamber rock a tinte Crimsoniane che si disgrega in effetti elettronici. Gli archi naturali si confondono con quelli artificiali del Mellotron e in ogni caso sembrano stregati e alcune trame horrorifiche ricordano in parte gli Univers Zero. A questo scenario, quasi a sorpresa, ne segue un altro, ben oltre la metà del brano, decisamente sinfonico, dominato da un Moog arioso, quasi in stile Yes, con il piano che alleggerisce la musica che si apre in volute ampie e celestiali. I ritmi sono lenti, dai riflessi cosmici, la musica si dilata e si trasforma in una specie di valzer dell’anima. E poi, mentre il brano lentamente va alla deriva, ecco infine un organo solenne. Nella traccia di chiusura, “The worst is behind us”, la musica, come promesso dal titolo rassicurante, diviene persino qualcosa di definito e palpabile, a tratti fragile ed elegante, con riferimenti a Vangelis. Il melange di suoni è ottenuto da un grosso dispiegamento di synth che collaborano per imbastire melodie docili ed indefinite in un equilibrio che potrebbe spezzarsi da un momento all’altro. La base ritmica, quando entra, è regolare e cadenzata, come i treni di onde cerebrali che accompagnano un sonno profondo e riposante. La musica diviene qui il pilota automatico delle nostre emozioni e le guida mentre la coscienza è come sospesa.
L’album finisce qui e si tratta di soli 37 minuti che contengono però idee concentratissime. Da una parte bisogna dire che la durata contenuta non ci fa arrivare in fondo estenuati e ci lascia persino un po’ di curiosità in vista di eventuali sviluppi futuri. Avrete capito che il disco offre esperienze di ascolto non convenzionali, che rimangono comunque in qualche modo legate alla sfera dal Prog e a territori quindi a noi familiari. Da una parte quindi vi può essere il terrore verso una forma artistica introspettiva ed astratta, dall’altra le fragranze sono quelle che più ci piacciono e che quindi possono facilitare l’approccio ad un’opera singolare e viscerale come questa.


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Jessica Attene

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