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L’irrefrenabile Steve, a pochi mesi di distanza dal disco acustico “Under a Mediterranean sky”, realizza un nuovo lavoro, stavolta elettrico, dal titolo “Surrender of silence”. Siamo abituati alla prolificità del chitarrista che ha legato il suo nome a quello dei Genesis e siamo anche abituati alla sua voglia di far convergere nei suoi album diversi generi musicali. Quello che forse non è riuscito a raggiungere molto spesso è un giusto equilibrio e la sua voglia di esplorare più territori lo ha portato a volte ad esagerare nei suoi processi di contaminazione e altre volte a inserire riempitivi poco interessanti in dischi che hanno comunque mantenuto standard qualitativi buoni. Ecco, con “Surrender of silence”, quell’equilibrio, se non completo, è quasi raggiunto. Steve è in forma, propone brani di spessore e si contorna di un gruppo di musicisti fidati e perfetti ad accompagnarlo in questo viaggio sonoro. Come al solito, inoltre, regala vere e proprie delizie con la sua chitarra elettrica, soprattutto con momenti solistici in cui mostra, oltre che la solita bravura, una felicissima ispirazione. E a più di settantuno anni e con la carriera che ha alle spalle dovrebbe essere sorprendente, mentre sembra tutto così naturale… Ma andiamo ad esaminare più in dettaglio i contenuti di “Surrender of silence”. “The Obliterati” è un inizio perfetto, uno strumentale drammatico, che la chitarra elettrica e i ritmi marziali spingono verso un prog sinfonico e potente. Si prosegue su questa scia con “Natalia”, il cui incipit riporta alla mente l’austerità del “Romeo and Juliet” di Prokofiev (e spesso trattato anche da altri gruppi prog, basti pensare a Emerson, Lake & Palmer e Premiata Forneria Marconi) e che prosegue con i piacevolissimi dialoghi tra l’orchestra campionata e la chitarra elettrica ed un incedere teso, appena smussato dal ritornello cantato da Steve. A concludere un trittico che rappresenta un inizio di un’intensità e bellezza rara, ecco “Relaxation music for sharks (featuring feeding frenzy)”, dal titolo già descrittivo: una partenza ipnotica, con piano elettrico e suoni acquatici raggiunti poi dalla sei corde; a seguire, le orchestrazioni e la sezione ritmica danno una brusca accelerata, nella quale Steve si può lasciar andare a virtuosismi e spunti solistici con la classe che lo contraddistingue da sempre, per poi arrivare ad un finale più atmosferico. “Wingbeats” è il primo brano che mostra quelle contaminazioni “totali” già mostrate nei precedenti album, in particolare con i legami con la world music e con l’Africa. Il risultato è gradevole, ma si perde qualche punto rispetto alle impressioni particolarmente positive lasciate dalle prime tre tracce. Si ritorna ad altissimi livelli con “The devil’s cathedral”, dove le tastiere e il sax offrono un’introduzione stravagante che si protrae per un minuto e mezzo. L’entrata della batteria e della chitarra riportano in territori di classico prog sinfonico e Nad Sylvan alle parti vocali offre una bella prestazione. L’alto tasso tecnico che si riscontra nelle diverse sezioni, tra i riff e gli assoli di Steve, uniti alle tastiere classicheggianti di Roger King e con svariati intrecci e cambi di tempo, fanno di questa composizione una delle più interessanti del lotto. C’è poi il momento romantico rappresentato da “Held in the shadow”, canzone d’amore dedicata a Steve alla propria compagna e nel quale non si rinuncia a qualche soluzione più robusta, seguito dagli otto minuti e mezzo di “Shangai to Samarkand”, riuscitissimo mix di stili diversi, a partire da nuove tentazioni classiche e facendo venire a galla sapori d’Oriente, grazie anche all’utilizzo di strumenti tradizionali diffusi nel continente asiatico. Si vira su sentieri A.O.R. con “Fox’s tango”, carina e poco più, mentre è di ben altro spessore “Dawn of the dead”, introdotta dal violino e che viaggia su stilemi prog dai connotati un po’ dark. Il disco finisce, così come era iniziato, in grandissimo stile, grazie alle ultime due tracce. C’è prima “Scorched Earth”, dalle caratteristiche di prog romantico, con melodie d’alta scuola, un bel tappeto di archi e passaggi chitarristici da brividi; poi, in conclusione, “Esperanza”, fantastico tassello acustico e sognante che in un minuto ci riporta ai grandi fasti di “Bay of kings”e “Momentum”. Un disco più quadrato rispetto a quelli più recenti, nel quale la varietà degli stili proposti non confonde mai e non fa perdere omogeneità all’intero lavoro. Forse il migliore dai tempi di “To watch the storms”.
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