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MARILLION Sounds that can't be made Intact 2012 UK

Sono passati trent’anni dal debutto su 33 giri dei Marillion. 23 dal primo album con Hogarth e 18 dal loro capolavoro “Brave”. Eppure, ogni passo discografico della più famosa new-prog band britannica sembra un nuovo esame. Sarà che forse dopo il citato “Brave” ogni lavoro, o quasi, ha mostrato eterogeneità o voglia di proporre qualcosa di diverso, fatto sta che ogni nuova uscita marillioniana è accompagnata da forti aspettative, nonché da incertezze su cosa ci si possa trovare ad ascoltare. Ed ecco che il 2012 ci offre questo “Sounds that can’t be made”. Cosa pensare di questo titolo in qualche modo accattivante e che può dare adito a diverse interpretazioni? “I suoni che non possono essere realizzati” fa pensare a pretenziosi scenari sonori, sconvolgenti, inediti e futuristici, oppure, allo stesso tempo, induce alla semplice constatazione che nel campo musicale non ci sono più grosse scoperte e innovazioni da fare… Ma forse è semplicemente meglio lasciare da parte il titolo del disco ed analizzare un po’ i contenuti. Cominciamo con il segnalare che, per la gioia di chi ama certe strutture del rock sinfonico, sono presenti ben tre composizioni il cui minutaggio si eleva oltre i dieci minuti. Negli oltre diciassette minuti dell’opener “Gaza” (che, come il titolo lascia intuire, affronta tematiche di forte attualità, con un testo che fa riflettere e che a tratti è assolutamente struggente) il gruppo prova a proporre qualcosa di diverso: apertura d’atmosfera seguita da suoni sintetici di tastiere che percorrono melodie di chiaro stampo orientale; a completare il quadro ecco suoni elettronici non invadenti, la sempre calda voce di Hogarth ed una chitarra elettrica minacciosa che va in crescendo. Ed è proprio quest’ultima che, a sorpresa, cresce di intensità con un riff molto aggressivo e vicino ad un certo metal, alternandosi poi a passaggi più delicati e introspettivi. Dopo otto minuti e mezzo ecco una virata decisa verso il romanticismo malinconico già percorso in altre suite come “This strange engine” e “Ocean cloud” e così anche “Gaza” prosegue elegantemente, tra raffinati sfondi tastieristici, delicate melodie e i più classici e incantevoli passaggi chitarristici di Steve Rothery. “Montreal” (quattordici minuti) sembra invece descrivere le sensazioni contrastanti che regala la vita on the road: l’emozione del viaggio, il fascino di una grande città piena di attrattive, la compagnia di amici, ma anche la lontananza da casa e dalla famiglia. La composizione si rivela forse un po’ prolissa come testo, ma nel complesso è molto buona e “tipicamente” marillica, regalando anche piacevolissimi momenti strumentali dai tratti sinfonici lontanissimi dal kitsch, con tastiere in bella evidenza e ritmi pacati, ma anche con un crescendo vertiginoso molto coinvolgente. A “The sky above the rain”, che raggiunge i dieci minuti e mezzo, è affidato il compito di chiudere il cd, con un sound rilassato e sereno, che rimanda un po’ a quanto fatto da David Gilmour nel suo “On an island”. A completare il lavoro ci sono poi cinque tracce di durata più contenuta, non distanti da quel gradevolissimo pop-prog che i Marillion sono capaci di sfornare con una certa facilità ed è spesso il solito Rothery a impreziosire il tutto con pregevolissimi e coinvolgenti solos. Mentre alcuni brani risultano particolarmente diretti (tipo la title-track, pure infarcita di squarci sinfonici), altri denotano arrangiamenti più ricercati, a partire dalla bellissima “Power”, un’autentica gemma degna di essere considerate tra le più brillanti dei Marillion. Volendo tirare le somme, “Sounds that can’t be made” è un lavoro validissimo ed onesto; non sarà più bello di “Brave”, non sarà il disco che sconvolge il mondo musicale per modernità e inventiva, ma forse questo può essere visto come l’album “definitivo” dei Marillion hogarthiani, il più rappresentativo di uno stile maturato e consolidato pian piano nel corso degli anni.


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Peppe Di Spirito

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