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THE SAMURAI OF PROG Beyond the wardrobe Seacrest Oy 2020

Continua inarrestabile la verve produttiva di Marco Bernard e Kimmo Pörsti, stavolta come Samurai of Prog assieme a Steve Unruh. Dopo le fatiche di “Gulliver” e “La tierra”, accreditati solo ai primi due, e “Wayfarer” del solo Pörsti, in contemporanea è uscito anche “The knight & the ghost” a nome “The guildmaster” (ancora Bernard e Pörsti coadiuvati da ospiti illustri), progetto più spostato verso il folk-prog. Il titolo scelto per questo nuovo “Samurai”, che si presenta nella solita confezione deluxe, è “Beyond the wardrobe”, con uno stuolo di musicisti protagonisti e nove nuove composizioni.
“Another time”, introdotta dal sax di Marek Arnold e da atmosfere piuttosto soft, è la traccia che apre l’album. La voce di Unruh si adagia sulle tenui note e, solo dopo il primo refrain, il brano si fa più incalzante con i contrappunti del flauto (ancora Unruh) e del sax. Si respirano poi, retrogusti acustici, con la chitarra classica e la voce che ci conducono delicatamente verso il finale. “Dear Amadeus”, strumentale composto da Oliviero Lacagnina, indaga la commistione tra rock e musica classica con estratti dal “Dies Irae” e dal “Concerto per piano e orchestra K488 in LA maggiore” di Mozart. Il risultato è ottimale, con la band che risponde alla grande alle sollecitazioni di Lacagnina in particolare con il violino di Unruh, strumento più vicino alla “sensibilità” classica.
“King of spades” (testi e musiche di Alessandro Di Benedetti) ci riconduce a sonorità meno enfatiche, con il violino ancora ad impreziosire le trame del gruppo ed un notevole assolo della chitarra di Carmine Capasso, altro volto ormai noto dell’universo “Samurai”. “Forest rondò” (ad opera di Christian Bideau) è un altro pezzo piuttosto articolato con il flauto in evidenza, le tastiere creative dell’autore ed una ritmica possente. Se volessimo individuare una piccola imperfezione, la troveremmo nella mancanza di una linea melodica “forte” che possa subito acchiappare l’attenzione dell’ascoltatore: il brano, infatti, si apprezza maggiormente solo dopo numerosi ascolti… non necessariamente un male! E’ poi la volta di un altro strumentale, “Jester’s dance”, la traccia che più mi ha conquistato. L’autore, Octavio Stampalia, si sbizzarrisce ad elaborare molteplici temi con le sue tastiere ed il brano spazia, così, dal rock alla classica con “divertissement” dal profumo jazzato. “Kabane” è un brano malinconico ed umbratile ben cantato (ed interamente composto) in giapponese da Yuko Tomiyama. Poco sfruttato, invece, il talento di Ton Scherpenzeel (Kayak) autore della breve e scanzonata “Marigold”, dal gusto quasi rinascimentale.
Ancora Lacagnina (e Bach…) protagonista in “Brandenburg gate” con estratti dal “Concerto Brandeburghese n.1” del Maestro tedesco, con ancora inserti jazz, tanto per gradire. La chiusura è affidata ad una composizione di Elisa Montaldo (Il tempio delle Clessidre), “Washing the clouds” che dovrebbe, con un arrangiamento diverso, apparire nel suo nuovo album solista. Un pezzo altamente evocativo con il piano e la voce delicata di Elisa protagonisti a cui si aggiungono pregevoli interventi del violino, un “guitar-solo” del tuttofare Unruh con Bernard e Pörsti solerti e giudiziosi accompagnatori.
Insomma ci troviamo tra le mani l’ennesimo “signor album” della “combriccola” multinazionale che sembra non conoscere “impasse” di sorta malgrado una produzione monstre targata 2020… Chissà cosa avranno in cantiere per il 2021…



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Valentino Butti

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