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THE SAMURAI OF PROG The imperial hotel Seacrest Oy Records 2014

Giunge al terzo capitolo l'ormai consolidato progetto di Marco Bernard (italianissimo, trapiantato da anni in Finlandia) a nome “The samurai of prog”. I “servitori” del prog oltre a Bernard ed al suo fido Rickenbacker, sono ancora una volta Steve Unruh (voce, violino, flauto, chitarra acustica) e Kimmo Pörsti (batteria), coadiuvati da 4 grandi ospiti a cui è affidato il compito di comporre (e suonare of course...) i 5 brani presenti nell'album.
Si inizia con “After the echoes” di Octavio Stampalia (tastierista dei prog-rockers argentini Jinetes Negros) ed il risultato è subito eccellente. Ottime melodie vocali di ascendenza Yes (certo non quelli di “Heaven & Earth”....), articolate partiture, cambi di atmosfera, gran lavoro ritmico e notevoli sezioni strumentali illuminano il pezzo. Le tastiere di Stampalia creano arabeschi sonori di assoluta fattura e sono sostenute, nei momenti più soft, dal violino e dal flauto di Unruh che si destreggia anche al canto. La seconda traccia, “Limoncello” è parto di Robert Webb (tastierista degli England... se non conoscete il loro “Garden Shed” provvedete subito ad accaparrarvelo... è un “must”). Già presente in versione parzialmente diversa nel mega progetto “Decameron” (quelli della serie Colossus/Musea per intenderci), il brano è un' altra manifestazione di bravura della band: ritmiche spezzettate, umori diversi e contrastanti, sezioni classicheggianti e persino barocche, preziosismi della chitarra di Yoshihisa Shimizu (Kenso) e rifiniture del violino di Unruh... Una convivenza di personalità e di influenze (Yes, Genesis, Gentle Giant, Epidermis...) perfettamente riuscita. E con gli incastri vocali di Webb e Unruh, che “parlano” il linguaggio del miglior Jon Anderson, adagiati in modo pregevole sulle trame strumentali.
David Myers dei Musical Box (la più famosa cover-band dei Genesis) imbastisce al pianoforte un breve e splendido affresco, “Victoria's summer home”, perfetto preludio alla suite, nonché title-track, dell'album. Concepita nelle sue linee fondamentali nel lontano '75 dagli England di Webb, mai pubblicata se non in una versione più breve nel 2006 a seguito di una estemporanea reunion “giapponese”, “The imperial hotel” vede ora finalmente la luce nella sua versione definitiva. Oltre 28 minuti che ci fanno spendere, con piacere, il termine “capolavoro”. Non lontano dall'approccio lirico macabro/inquietante di “The Musical Box”, il brano vive di luce abbagliante con i frequenti interventi del flauto che carezza i notevoli e mai stucchevoli excursus “tastieristici” di Webb, la compattezza offerta dal duo Bernard/Pörsti, gli affilati assoli della chitarra di Kamran Alan Shikoh (Glass Hammer), l'espressività di Unruh e dello stesso Webb nella lunga sezione cantata. Gli “spettri” (non solo quelli del testo...) sono sempre loro (Genesis, Yes, Gentle Giant...), ma stavolta pare proprio trattarsi di “fantasmi” in carne, ossa e... tanto, tanto talento e che si sono incontrati per l'occasione per creare questo validissimo brano.
Il quinto ed ultimo motivo, “Into the lake” è appannaggio di Linus Kåse (Brighteye Brison e più recentemente Änglagård), un altro degli “uomini illustri” artefici dell'album. Come guidato da un sottile fil-rouge, il brano si inserisce assolutamente nel trend sonoro sin qui apprezzato: per semplificare, più vicino a quanto fatto dal tastierista con i Brighteye Brison (di cui è principale autore) che non con la cult-band svedese per eccellenza (dove è la new entry nel recente album live in Giappone). Quindi grande spazio per intrecci vocali ariosi, parche partiture sinfoniche, intriganti suggestioni prodotte dal violino. Pochi fronzoli e compattezza ed unità d'intenti sono più che sufficienti alla creazione di un' altra ottima composizione, malgrado il finale un poco repentino.
Dopo due lavori come “Undercover” e “Secrets of disguise”, quasi interamente composti da cover progressive, la scelta di Bernard e soci di proporre finalmente materiale originale e di affidarne la creazione agli ospiti del progetto (scelta quanto meno insolita) risulta vincente e “The Imperial Hotel” è certamente da annoverare tra le più belle pubblicazioni del 2014. Valorizzato oltretutto da un art-work (di Ed Unitsky) di grande pregio. Album da avere. Senza “se” e senza “ma”.


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Valentino Butti

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